Roma – Un bilancio che non concede sconti, una riflessione che mescola il personale e il politico fino a renderli indistinguibili. Come da tradizione, Beppe Grillo affida al suo blog e ai canali social il messaggio di fine anno, un lungo sfogo che assume i contorni di un atto d’accusa verso lo stato attuale del Paese. Lontano dai toni urlati degli esordi, il fondatore del Movimento 5 Stelle sceglie parole dense, a tratti filosofiche, per dipingere un quadro a tinte fosche dell’Italia, segnato dall’assuefazione, dalla perdita di senso e da una classe politica immobile.

Una critica alla ritualità e alla politica “degli zombie”

Grillo apre il suo intervento demolendo la consuetudine dei buoni propositi di fine anno, definendola “una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla”. Al posto di questa linea illusoria, vede “un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi”. È l’incipit di un’analisi spietata di un’Italia che, a suo dire, “si è abituata a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio”.

Il cuore della sua invettiva è rivolto, ancora una volta, alla politica. Una politica che “continua a recitare”, in cui “cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse”. L’immagine scelta è potente e icastica: i politici sono “zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi”. Questa metafora, già utilizzata in passato da Grillo per descrivere i fuoriusciti dal Movimento, viene ora estesa a un intero sistema percepito come privo di vita e di visione.

La giustizia “usata come clava” e il valore del silenzio

Un passaggio particolarmente denso e sentito del post è dedicato al tema della giustizia. Grillo la definisce “quella parola ‘solenne’ agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava”. Senza fare riferimenti diretti, ma con un tempismo che molti osservatori hanno collegato a vicende personali, parla di “ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo”. Queste ferite, scrive, “insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto”.

Di fronte a questo scenario, Grillo rivendica la sua scelta di defilarsi, di scegliere il silenzio. “Ho parlato tanto, ho urlato, riso e insistito”, ammette, ma “arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore”. Il suo stato attuale è descritto come un “bozzolo dalle dimensioni infinite”, uno stato quasi onirico di sospensione dal dolore fisico e morale. Questo silenzio non è assenza, ma diventa, nella sua visione, “la forma più elevata di presenza”.

“Io sono postumo”: la riflessione sul proprio ruolo

La chiusura del messaggio è affidata a una definizione di sé tanto enigmatica quanto significativa: “Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo“. È una frase che racchiude l’amarezza per il presente e una sorta di profezia per il futuro. Grillo si colloca al di là del tempo attuale, come una figura la cui vera comprensione e il cui impatto saranno valutati solo in seguito. È la constatazione di un fallimento, forse, ma anche la rivendicazione di una visione che trascende la cronaca quotidiana.

Questo 2025, scrive, “è stato un anno di sottrazione… che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare”. La fiducia, conclude, non può essere un atto automatico verso l’anno nuovo, ma richiede “attenzione, occhi ben spalancati e memoria, perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori”. Un monito finale da parte di una figura che, pur scegliendo il silenzio, non rinuncia a “guardare e a pensare”, posizionandosi come coscienza critica di un sistema politico e sociale che continua a non riconoscere più come suo.

Di veritas

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