In una decisione che ha colto di sorpresa il pubblico e la critica, la giuria della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, presieduta da Alexander Payne, ha assegnato l’ambito Leone d’Oro per il miglior film a “Father Mother Sister Brother” del regista cult statunitense Jim Jarmusch. L’opera, un trittico familiare ultra minimalista che esplora le complesse e spesso silenziose dinamiche dei legami contemporanei, ha prevalso su contendenti dati per favoriti, segnando un trionfo per un cinema che predilige la sottrazione all’enfasi, il non detto all’esplicito.

Il film, in uscita nelle sale italiane il 18 dicembre distribuito da Lucky Red, si articola in tre episodi distinti, ambientati tra gli Stati Uniti, l’Irlanda e la Francia. Ciascun segmento, come un pannello di un polittico, illumina con uno stile scarno e quasi documentaristico le crepe e le distanze che segnano i rapporti tra genitori e figli adulti. Jarmusch, noto per il suo stile indipendente e la sua estetica inconfondibile fin dagli anni ’80 con film come “Stranger Than Paradise”, definisce la sua ultima creazione “un film anti-azione”, costruito per accumulo di piccoli dettagli, come fiori disposti in delicate composizioni.

Un cast corale per un’indagine sull’incomunicabilità

Il cuore pulsante di “Father Mother Sister Brother” risiede nelle interpretazioni di un cast eccezionale, che Jarmusch, come sua abitudine, ha immaginato fin dalla fase di scrittura.

  • Nel primo episodio, ‘Father’, siamo nel nord-est rurale degli Stati Uniti. Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik) fanno visita al loro eccentrico e solitario padre (un magnifico Tom Waits). Il dialogo è scarno, le parole faticano a colmare un vuoto affettivo profondo, rivelando un legame puramente biologico, quasi un fastidio reciproco.
  • Il secondo capitolo, ‘Mother’, ci trasporta a Dublino. Una celebre scrittrice (Charlotte Rampling) incontra per il consueto tè annuale le due figlie, la pacata Timothea (Cate Blanchett) e la più irrequieta Lilith (Vicky Krieps). Anche qui, l’incontro è un rituale formale che maschera a malapena un’estraneità profonda, un’incapacità di comunicare oltre le convenzioni.
  • Infine, ‘Sister Brother’, ambientato a Parigi, offre un barlume di speranza. Due fratelli gemelli, Billy (Luka Sabbat) e Skye (Indya Moore), si ritrovano nella casa dei genitori recentemente scomparsi. Attraverso gli oggetti e i ricordi che riaffiorano dalle stanze vuote, riescono a ricostruire un legame, a trovare un senso di appartenenza nel dolore condiviso.

Jarmusch stesso ha dichiarato di aver scritto la sceneggiatura in sole tre settimane, concependo l’opera come un’entità unica, una riflessione sulla solitudine e sulla difficoltà di connessione nell’era moderna. La sua vittoria può essere letta come un commento sagace della giuria sull’oggi: in un mondo saturo di emozioni urlate e di empatia performativa, il film di Jarmusch celebra la fredda leggerezza e la cronica anaffettività che spesso caratterizzano le nostre vite.

Una competizione di alto livello

La vittoria di Jarmusch appare ancora più significativa se si considerano i film che ha superato, opere potenti che affrontavano temi di bruciante attualità e che erano state date per favorite dalla critica.

Tra questi spiccava “The Voice of Hind Rajab” della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che ha comunque ottenuto il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Il docudramma ricostruisce la tragica storia vera di Hind Rajab, una bambina palestinese di cinque anni uccisa a Gaza, utilizzando le registrazioni audio reali delle sue ultime, strazianti ore di vita. Un film che ha scosso profondamente il pubblico del Lido, portando l’urgenza del conflitto mediorientale al centro del festival.

Altri concorrenti di peso erano:

  • “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow: un thriller politico apocalittico targato Netflix che evoca lo spettro della guerra atomica, con un cast guidato da Idris Elba e Rebecca Ferguson.
  • Il visionario “Frankenstein” di Guillermo Del Toro, anch’esso prodotto da Netflix, con Oscar Isaac e Jacob Elordi, descritto come un’epopea gotica e una profonda riflessione sulla creazione e la solitudine.
  • “No Other Choice” del maestro sudcoreano Park Chan-Wook, una commedia nera satirica basata sul romanzo “The Ax” di Donald Westlake, che racconta la discesa agli inferi di un uomo che, licenziato, decide di eliminare fisicamente la concorrenza lavorativa.

La logica di un premio inaspettato

Di fronte a film così carichi di impeto politico, dramma umano e spettacolarità visiva, la scelta di premiare l’opera sommessa e quasi afasica di Jarmusch è un segnale forte. La giuria ha forse voluto premiare un cinema che si interroga non sui grandi drammi della storia, ma sulle micro-tragedie del quotidiano, sulla difficoltà di essere famiglia oggi. Un cinema che, come ha profeticamente affermato lo stesso regista al Lido, trova la sua complessità non negli effetti speciali o nelle trame roboanti, ma nel difficile lavoro sui particolari, sui silenzi, sugli sguardi. Una vittoria che celebra la bellezza fragile e imperfetta dell’espressione umana, e che invita a riflettere su quel vuoto che, a volte, dice più di mille parole.

Di euterpe

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