Un’aula del nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli sarà intitolata alla memoria di Michele Morello, il magistrato passato alla storia come il “Giudice Galantuomo” per la sua integrità e per aver presieduto la corte d’appello che, il 15 settembre 1986, assolse con formula piena il presentatore televisivo Enzo Tortora. La proposta, lanciata con forza dalla presidente della Corte d’Appello, Maria Rosaria Covelli, ha trovato l’immediata e unanime approvazione della Camera Penale e del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli. L’annuncio è avvenuto durante un commosso evento commemorativo, tenutosi nella sede della Camera Penale, per ricordare la figura di un uomo che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della giustizia italiana, scomparso lo scorso ottobre all’età di 93 anni.
Un tributo corale al “Giudice Galantuomo”
L’incontro, moderato con sensibilità dal segretario della Camera Penale, Maurizio Capozzo, ha visto la partecipazione di numerose personalità del mondo giuridico, culturale e civile, unite nel ricordo di un magistrato che ha saputo coniugare rigore professionale e profonda umanità. Tra i presenti, oltre alla presidente Covelli, hanno preso la parola il procuratore generale Aldo Policastro, il presidente dell’ordine degli avvocati Carmine Foreste e il presidente della Camera Penale Marco Muscariello. La presenza del figlio del giudice, Tullio Morello, anch’egli magistrato e attuale componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha aggiunto una nota di intima commozione alla cerimonia.
Significativi anche gli interventi di figure di spicco come il regista Marco Bellocchio, gli avvocati Domenico Ciruzzi e Francesco Picca, l’ex sindaco di Napoli e pm Luigi De Magistris, e i magistrati Enzo Lomonte, Francesco Menditto e Vincenzo Piscitelli. Ciascuno ha contribuito a tracciare un ritratto a tutto tondo di Morello, evidenziandone non solo la statura professionale ma anche le qualità umane: un uomo capace di studiare le carte processuali con una meticolosità che altri non avevano avuto, riportando la giustizia sui binari della verità.
Il caso Tortora: una sentenza che ha fatto la storia
Il nome di Michele Morello è indissolubilmente legato a uno dei più controversi e dolorosi capitoli della cronaca giudiziaria italiana: il processo a Enzo Tortora. Il popolare conduttore fu arrestato nel giugno del 1983 con le infamanti accuse di associazione camorristica e traffico di sostanze stupefacenti, basate sulle dichiarazioni di pentiti legati alla Nuova Camorra Organizzata. Dopo una condanna in primo grado a dieci anni di reclusione, fu la Corte d’Appello presieduta da Morello a ribaltare il verdetto, smontando pezzo per pezzo l’impianto accusatorio e restituendo dignità e onore a un uomo innocente.
La sentenza di assoluzione, emessa il 15 settembre 1986, non fu solo un atto di giustizia per Tortora, ma divenne un simbolo della lotta contro la malagiustizia e l’uso distorto dei collaboratori di giustizia. Come ricordato dall’Unione delle Camere Penali, Morello “lesse, con l’attenzione che nessuno prima vi aveva dedicato, gli atti del processo a carico di Tortora e riuscì a sciogliere la matassa infame dei falsi pentiti che avevano accusato un uomo perbene“. Quella sentenza, confermata poi in Cassazione, mise in luce la fragilità di un sistema giudiziario che può condurre a errori devastanti, un monito che risuona ancora oggi.
La testimonianza di Francesca Scopelliti
A chiudere l’incontro, un momento di intensa emozione con il ricordo della senatrice Francesca Scopelliti, moglie di Enzo Tortora. Le sue parole hanno rievocato la figura del giudice che, con coraggio e coscienza, “restituì giustizia e dignità” a suo marito. Un intervento che ha sottolineato il lato umano di una vicenda giudiziaria che ha segnato profondamente la società italiana, lasciando una ferita che solo atti di coraggio come quello di Morello hanno potuto, in parte, sanare.
Una carriera al servizio della giustizia
Originario di Teggiano, Michele Morello ha avuto una lunga e brillante carriera in magistratura. Dopo la laurea in giurisprudenza, ha ricoperto diversi incarichi: da pretore a giudice presso il Tribunale di Napoli, fino ad approdare alla Corte d’Appello. Successivamente, come procuratore aggiunto presso la Procura Circondariale, coordinò importanti inchieste, tra cui quella sui maltrattamenti subiti dai detenuti nel carcere di Secondigliano a metà degli anni ’90. Concluse la sua carriera come procuratore generale a Campobasso. Nonostante i prestigiosi incarichi, Morello è sempre stato un uomo schivo, che rifuggiva i riflettori e riteneva di aver semplicemente compiuto il proprio dovere, senza mai cercare l’etichetta di “eroe”. Un esempio di rettitudine e onestà intellettuale che, come sottolineato da molti, rappresenta un valore sempre più raro.
