VENEZIA – Si avvia verso una definizione giudiziaria uno dei capitoli più spinosi dell’inchiesta denominata “Palude”, che nel luglio del 2024 ha gettato un’ombra sull’amministrazione comunale di Venezia. L’ex assessore alla Mobilità, Renato Boraso, ha concordato con la Procura una nuova pena di 10 mesi di reclusione, che si aggiunge in continuazione a un precedente patteggiamento di 3 anni e 10 mesi, per un totale complessivo di 4 anni e 8 mesi. La parola finale spetterà ora alla Giudice per l’Udienza Preliminare (GUP) di Venezia, Claudia Ardita, che si pronuncerà sull’accordo il prossimo 22 dicembre.
Le accuse: dalla turbativa d’asta alla vendita di Palazzo Poerio Papadopoli
La nuova istanza di patteggiamento, presentata dal legale di Boraso, l’avvocato Umberto Pauro, mira a chiudere definitivamente la posizione dell’ex assessore per una serie di accuse rimaste fuori dalla prima ordinanza di custodia cautelare. Nello specifico, si tratta di episodi di turbativa d’asta e, soprattutto, del suo presunto coinvolgimento nel caso di corruzione legato alla vendita di Palazzo Poerio Papadopoli.
Secondo l’ipotesi accusatoria, sostenuta dai Pubblici Ministeri Federica Baccaglini e Roberto Terzo, Boraso avrebbe ricevuto una tangente da 73.000 euro per agevolare la vendita a prezzo scontato dello storico palazzo, ex sede della Polizia Locale, al magnate di Singapore Ching Chiat Kwong. Il prezzo dell’immobile sarebbe stato abbassato da una stima iniziale di 14 milioni di euro a 10,8 milioni, un’operazione che, secondo gli inquirenti, era finalizzata a invogliare l’imprenditore asiatico ad acquistare anche l’area inquinata dei Pili. La Procura della Corte dei Conti ha inoltre avviato un’indagine per un presunto danno erariale di 3,2 milioni di euro.
Un percorso giudiziario complesso
Il primo patteggiamento, per una pena di 3 anni e 10 mesi, era stato raggiunto a settembre 2025 e riguardava dodici episodi di corruzione. In quell’occasione, Boraso aveva anche versato un risarcimento di 308.000 euro, somma che lo aveva costretto a vendere un immobile di sua proprietà. Il nuovo accordo prevede un ulteriore esborso di 37.500 euro. Avendo già scontato oltre un anno tra carcere e arresti domiciliari, per Boraso non si prospetta un ritorno in cella; attualmente è sottoposto all’obbligo di dimora.
Gli altri patteggiamenti e le parti civili
La vicenda non riguarda solo l’ex assessore. Nell’udienza del 4 dicembre, hanno formalizzato la richiesta di patteggiamento anche altri imputati, accusati a vario titolo di aver turbato, in concorso con Boraso, una gara d’appalto del settore Boschi e Grandi Parchi del Comune. Tra questi figurano:
- Carlotta Gislon e la sua società, la Mafra srl
- Il dipendente comunale Gianroberto Licori
- Gli imprenditori Nievo Benetazzo e Jacopo Da Lio
A testimonianza della gravità dei fatti contestati, il Comune di Venezia e la Città Metropolitana si sono costituiti parti civili nel procedimento, con l’intento di ottenere un risarcimento per i danni subiti. La GUP si è invece riservata di decidere sulla richiesta di costituzione presentata dall’associazione “Amici del parco”.
Il filone principale dell’inchiesta e il dibattito pubblico
Mentre si definiscono queste posizioni, resta aperta l’inchiesta principale che vede coinvolte altre 34 persone, per le quali la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio. Tra gli imputati eccellenti figura anche il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, la cui udienza è fissata per l’11 dicembre. La scelta del patteggiamento da parte di Boraso e altri ha sollevato un dibattito nell’opinione pubblica. Se da un lato rappresenta uno strumento legittimo previsto dalla legge per definire un procedimento penale, dall’altro, come sottolineato da alcuni osservatori, priva la cittadinanza di un dibattimento pubblico completo, fondamentale per una piena ricostruzione dei fatti e per riaffermare i principi di trasparenza e responsabilità nella gestione della cosa pubblica.
