Roma – Un’aula istituzionale, solitamente teatro di dibattiti politici e legislative contese, si è trasformata per una sera nel palcoscenico di un ricordo affettuoso e corale. L’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati ha ospitato l’omaggio a uno dei pilastri della cinematografia italiana: Ugo Tognazzi, e al cinquantesimo anniversario di “Amici Miei”, la pellicola diretta da Mario Monicelli che ha ridefinito i canoni della commedia all’italiana. L’evento, promosso dal presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone, ha riunito familiari, colleghi e critici per celebrare non solo un film, ma un vero e proprio fenomeno culturale che continua a influenzare il linguaggio e il costume del nostro Paese.

La Supercazzola: da geniale intuizione a neologismo Treccani

Al centro dei ricordi, non poteva che esserci lei, la “supercazzola”. Quel flusso di parole senza senso, pronunciato con serissima convinzione per confondere e ingannare l’interlocutore, è forse l’eredità più celebre del film. Gianmarco Tognazzi, figlio del grande Ugo, ha sottolineato con un velo di ironia come il termine sia ormai entrato nel vocabolario comune, tanto da essere registrato dalla Treccani, ma non sempre con la consapevolezza della sua origine. “Forse ‘Amici miei’ andrebbe passato in tv qualche volta in più”, ha commentato, ricordando l’iconica scena in cui suo padre, nei panni del Conte Raffaello Mascetti, la sfodera per la prima volta contro un ignaro vigile. La supercazzola non è solo una gag comica, ma un’espressione di genio linguistico, un atto di ribellione contro la rigidità delle convenzioni, uno sberleffo all’autorità che incarna perfettamente lo spirito del film.

Un capolavoro nato da un’amicizia e una promessa

Durante la serata, moderata dal critico Enrico Magrelli, è emersa con forza la genesi complessa e toccante della pellicola. “Amici Miei” nasce da un’idea di un altro gigante del nostro cinema, Pietro Germi. Come ha ricordato Ricky Tognazzi, Germi aveva lavorato a lungo al progetto, scrivendo una sceneggiatura monumentale di ben 400 pagine. L’aggravarsi della sua malattia, però, gli impedì di dirigerlo. Fu allora che, con un gesto di profonda amicizia e stima professionale, affidò il suo lavoro a Mario Monicelli, chiedendogli di portarlo a termine. Monicelli accettò, ma volle che nei titoli di testa comparisse la dicitura “un film di Pietro Germi”, un omaggio postumo all’amico scomparso nel 1974. Questa storia conferisce al film un’aura ancora più potente, trasformando la goliardia dei protagonisti in un metaforico tributo all’amicizia, sia dentro che fuori dallo schermo.

Oltre la “Zingarata”: lo specchio di una malinconia esistenziale

Ma “Amici Miei” non è solo risate e scherzi. Come ha acutamente osservato Enrico Magrelli, “al di là della maschera giocosa, c’è una malinconia di fondo che rende il film profondamente esistenzialista”. Le “zingarate”, le fughe improvvise e gli scherzi crudeli, non sono altro che un disperato tentativo di esorcizzare le delusioni della vita: matrimoni falliti, lavori monotoni, la vecchiaia che avanza e la morte che si affaccia, come nel memorabile funerale del Perozzi. I cinque protagonisti – il Conte Mascetti (Tognazzi), il giornalista Perozzi (Philippe Noiret), l’architetto Melandri (Gastone Moschin), il barista Necchi (Duilio Del Prete) e il chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi) – sono maschere di una generazione che affoga le proprie inquietudini nell’arte della farsa.

Ricordi e aneddoti: la testimonianza di chi c’era

La serata è stata impreziosita dai ricordi personali di chi ha conosciuto e lavorato con Ugo Tognazzi. L’attore e regista Michele Placido ha raccontato del suo primo incontro con “Ugo” sul set di ‘Romanzo popolare’ (1974), sottolineandone la grande generosità e l’aiuto offerto a un giovane attore alle prime armi. Placido ha poi evocato l’atmosfera conviviale e leggendaria del “Villaggio Tognazzi” a Torvajanica, un luogo di ritrovo per i più grandi nomi dello spettacolo, da Pavarotti a Gassman, dove l’ospitalità e la buona cucina erano sacre. Un aneddoto ha colorato la narrazione: si dice che Placido, pur dovendo presentare ‘Il prato’ dei fratelli Taviani al Festival di Venezia, preferì la compagnia degli amici a Torvajanica. Una scelta che, tra un sorriso e una schermatura, l’attore ha sostanzialmente confermato.

Presenti in sala anche attrici come Barbara Bouchet, partner di Tognazzi in “L’anatra all’arancia”, e Liana Orfei, che ha ricordato con gratitudine come Ugo l’abbia guidata nel suo primo film, insegnandole i segreti del mestiere. Testimonianze che dipingono il ritratto di un uomo, oltre che di un attore immenso, la cui arte e umanità hanno lasciato un’impronta indelebile. A suggellare l’omaggio, alla famiglia è stata donata la medaglia ufficiale della Camera dei Deputati alla memoria di Ugo Tognazzi, un riconoscimento istituzionale per un patrimonio culturale inestimabile.

Di davinci

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