Milano – Nel cuore pulsante della Settimana della Moda, al termine della presentazione della collezione Prada per l’autunno/inverno 2026-2027, Miuccia Prada ha offerto una delle sue consuete, eppure sempre spiazzanti, riflessioni intellettuali. Con la lucidità che la contraddistingue, ha affrontato il tema incandescente del rapporto tra moda, ricchezza e politica, svelando una posizione tanto complessa quanto la stratificazione di abiti, storie e memorie vista in passerella.
Il Paradosso del Lusso Impegnato
“Vestiamo persone ricche con abiti costosi. Non è giusto poi andare in giro a fare prediche. Dobbiamo esserne consapevoli”. Con queste parole, la stilista ha tracciato una linea netta, un’autocritica quasi spietata sulla credibilità dell’impegno politico proveniente da un universo, quello dell’alta moda, intrinsecamente legato al privilegio. “Un ricco stilista che fa politica non è credibile. Almeno per me”, ha sentenziato, mettendo in luce quella che percepisce come una contraddizione fondamentale, un dilemma che ha radici profonde nella sua stessa biografia, segnata da un passato di impegno nel Partito Comunista e un presente da imperatrice del lusso.
Questa dichiarazione non è un disimpegno, ma una ridefinizione del campo d’azione. Prada non rinuncia a “fare politica”, ma sceglie un canale diverso, più sottile e forse più autentico: l’abito stesso. “Faccio politica attraverso i vestiti, in modo diverso. L’ho sempre fatto. Non ho mai fatto un completo offensivo per le donne”, ha spiegato. È una politica che si manifesta nel design, nel rispetto per la figura femminile, nella creazione di capi che siano “utili” e che permettano alle donne di esprimere la propria identità complessa e multisfaccettata. La collezione stessa, con il suo gioco di stratificazioni e sovrapposizioni, diventa metafora della complessità della vita, della storia e della politica.
La Storia come Bussola del Contemporaneo
Il fulcro del suo ragionamento, tuttavia, si sposta su un terreno più vasto: la conoscenza. “In questo periodo, sono ossessionata dalla storia, perché penso che sia necessaria, importante, cruciale per sapere da dove veniamo, cosa è successo in passato, per potersi muovere nel mondo contemporaneo”. Per Miuccia Prada, senza la consapevolezza storica, si è persi in un presente complesso e indecifrabile. La conoscenza, in particolare quella storica, emerge come “l’unica cosa che può orientarci”.
Questa visione si riflette chiaramente nelle sue recenti collezioni, co-create con Raf Simons, dove il passato non è citazione nostalgica, ma un archivio di forme e idee da cui attingere per costruire il nuovo. La domanda che guida il processo creativo è emblematica: “Cosa siamo in grado di creare partendo da quanto già conosciamo?”. L’abito diventa così un portatore di memoria, un’archeologia della bellezza che rielabora elementi familiari per rimettere in gioco le convenzioni.
Una Politica dell’Estetica e della Consapevolezza
L’approccio di Miuccia Prada delinea una forma di attivismo intellettuale che si distanzia dalle dichiarazioni esplicite per abbracciare una coerenza più profonda tra pensiero, prodotto e azione. È una posizione che riconosce i limiti e le contraddizioni del proprio sistema, ma che non per questo rinuncia a un ruolo attivo. La sua “politica” si esprime nel rifiuto di una moda banale, nella ricerca di una complessità che stimoli l’intelligenza e la creatività, e nel dialogo costante con la realtà e i suoi cambiamenti.
In un mondo saturo di opinioni e prese di posizione spesso superficiali, la stilista invita a un passo indietro: studiare, capire, conoscere la storia per poter agire con consapevolezza nel presente. Un messaggio che trascende le passerelle e parla a una società intera, ricordandoci che prima di ogni predica, viene la conoscenza. La sua è una politica silenziosa, cucita addosso a chi cerca nell’abito non solo un’estetica, ma un frammento di pensiero critico con cui attraversare la complessità del nostro tempo.
