Un vero e proprio terremoto politico ha scosso la Danimarca all’indomani delle elezioni anticipate del 24 marzo. I risultati, pur confermando i Socialdemocratici della premier uscente Mette Frederiksen come primo partito, segnano un crollo storico per le forze politiche tradizionali e aprono a uno scenario di complessa governabilità. Con un Parlamento frammentato e nessun blocco in grado di raggiungere la maggioranza assoluta, tutti gli occhi sono puntati sul partito centrista dei Moderati, guidato dall’esperto ex primo ministro Lars Løkke Rasmussen, diventato di fatto l’ago della bilancia per la formazione del prossimo esecutivo.
Una vittoria dal sapore amaro per Frederiksen
Nonostante la prima posizione, per Mette Frederiksen si tratta di una “vittoria amara”. I Socialdemocratici, infatti, si sono attestati intorno al 21,9%, registrando il peggior risultato elettorale dal 1903. Un calo significativo rispetto al 27,5% ottenuto nelle precedenti elezioni del 2022, che evidenzia un’erosione del consenso dopo due mandati di governo. La stessa premier ha ammesso di sperare in un risultato migliore, pur dicendosi “pronta ad assumersi nuovamente la responsabilità” di guidare il paese. La scommessa di convocare elezioni anticipate, capitalizzando sulla gestione della crisi internazionale legata alle tensioni con gli Stati Uniti sulla Groenlandia, non ha pagato come sperato. Gli elettori danesi si sono mostrati più sensibili a questioni interne come l’aumento del costo della vita, lo stato del welfare e le politiche migratorie.
Crollo storico anche per i Liberali
Se i Socialdemocratici piangono, il principale partito di centro-destra, Venstre (Partito Liberale), non ride di certo. Guidati dal Ministro della Difesa uscente, Troels Lund Poulsen, i Liberali hanno incassato il peggior risultato della loro storia, fermandosi intorno al 10,1%. Un dato che li vede superati all’interno del “blocco blu” dall’Alleanza Liberale di Alex Vanopslagh, attestatasi al 10,5%. Questa sconfitta indebolisce ulteriormente la capacità del centro-destra di proporsi come un’alternativa di governo compatta. Lo stesso Poulsen ha già escluso la possibilità di collaborare nuovamente con Frederiksen in una grande coalizione, ponendo un aut-aut: “o un governo di centro-destra o l’opposizione”.
Il ruolo cruciale dei Moderati di Rasmussen
In questo scenario di stallo, emerge la figura di Lars Løkke Rasmussen e del suo partito, i Moderati. Con un risultato di circa il 7,7% e 14 seggi cruciali nel Folketing (il parlamento danese), Rasmussen, già primo ministro in passato, si trova nella posizione di “kingmaker”. Fondato nel 2021 dopo aver lasciato i Liberali, il suo partito di centro si colloca esattamente tra i due blocchi tradizionali, rendendo il suo appoggio indispensabile per la formazione di una maggioranza.
La mappa politica danese è tradizionalmente divisa in due schieramenti:
- Il “blocco rosso” (centro-sinistra), guidato dai Socialdemocratici, che secondo le proiezioni si attesterebbe intorno agli 84 seggi.
- Il “blocco blu” (centro-destra), che si fermerebbe a circa 77 seggi.
Nessuno dei due raggiunge la soglia dei 90 seggi necessari per avere la maggioranza in un Parlamento di 179 deputati. I 14 seggi dei Moderati diventano quindi matematicamente determinanti.
Scenari futuri e trattative complesse
Le trattative per la formazione del nuovo governo si preannunciano lunghe e complesse. La premier uscente Frederiksen ha già ricevuto l’incarico di avviare i negoziati dal re Federico X, ma la strada è in salita. Le opzioni sul tavolo sono diverse, ma nessuna appare di facile realizzazione.
- Rinnovo della coalizione uscente: Un’alleanza tra Socialdemocratici, Liberali e Moderati, come quella che ha governato finora, sembra improbabile vista la netta chiusura di Poulsen.
- Governo di minoranza di centro-sinistra: Frederiksen potrebbe tentare di formare un governo con l’appoggio esterno dei Moderati, ma la stabilità di un simile esecutivo sarebbe precaria.
- Governo di larghe intese: Un esecutivo che includa forze di entrambi gli schieramenti, con i Moderati come perno centrale, è un’ipotesi plausibile ma politicamente complessa da realizzare.
- Alternativa di centro-destra: Matematicamente più difficile, richiederebbe l’appoggio compatto di tutto il blocco blu e dei Moderati, che potrebbero però non essere disposti a sostenere una piattaforma politica marcatamente di destra.
Il risultato elettorale danese riflette una crescente frammentazione del sistema politico, un trend visibile in molte democrazie europee. La crisi dei partiti tradizionali e l’ascesa di nuove formazioni rendono sempre più difficile la costruzione di maggioranze stabili, imponendo la necessità di negoziazioni e compromessi. Le prossime settimane saranno decisive per capire quale direzione prenderà la Danimarca, un paese che si trova ad affrontare sfide economiche e sociali significative in un contesto geopolitico sempre più incerto.
