Washington D.C. – In un momento di altissima tensione tra Washington e Teheran, segnato da operazioni militari e una retorica infuocata, emergono dall’interno dell’amministrazione americana valutazioni che invitano alla cautela e al realismo. Secondo quanto riportato dal Washington Post, che cita fonti vicine al governo, alti funzionari statunitensi considerano “improbabile” il conseguimento di due degli obiettivi più ambiziosi della politica estera americana nei confronti dell’Iran: il rovesciamento del regime teocratico e la neutralizzazione definitiva del suo programma nucleare.
Questa valutazione, che circola nei corridoi del potere a Washington, rappresenta una doccia fredda per chi sperava in una rapida e decisiva risoluzione del confronto con la Repubblica Islamica. Nonostante le recenti operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Israele, denominate “Operation Epic Fury”, e le dichiarazioni del Presidente Donald Trump su presunti “punti di maggiore accordo” raggiunti in colloqui segreti, la realtà sul campo e le analisi dell’intelligence dipingono un quadro ben più complesso e sfumato.
Un Regime Resiliente e Radicalizzato
Le fonti citate dal quotidiano americano sottolineano come, nonostante gli attacchi aerei e la pressione economica, il regime iraniano non mostri segni di cedimento imminente. Anzi, secondo un funzionario europeo, la leadership di Teheran avrebbe approfittato della situazione per consolidare il proprio potere, radicalizzandosi ulteriormente. Un’analisi condivisa anche da un consigliere del presidente iraniano, che ha descritto una base di sostenitori del regime più compatta e determinata a “combattere fino alla fine”.
Un rapporto classificato del National Intelligence Council (NIC), l’organo che raccoglie le analisi delle 18 agenzie di intelligence statunitensi, aveva previsto che anche un assalto militare su larga scala difficilmente avrebbe portato al crollo dell’establishment militare e clericale iraniano. Il rapporto, completato prima dell’inizio delle recenti ostilità, evidenziava come le istituzioni iraniane, in particolare il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), abbiano protocolli consolidati per garantire la continuità del potere, anche in caso di eliminazione di figure chiave come la Guida Suprema. L’ipotesi che l’opposizione, frammentata, possa prendere il controllo del paese è stata definita “improbabile”.
La Questione Nucleare: un Rischio Permanente?
Parallelamente, l’obiettivo di “mettere fuori portata le armi nucleari in modo permanente” si scontra con la realtà tecnica e strategica del programma nucleare iraniano. Sebbene le operazioni militari, come la “Operation Midnight Hammer” del giugno 2025, abbiano inflitto danni significativi a siti chiave come Fordow e Natanz, gli esperti concordano sul fatto che la conoscenza e le competenze tecnologiche rimangono intatte in Iran. Questo significa che, anche in assenza di un programma attivo per la costruzione di un’arma, Teheran conserverebbe la capacità di riavviarlo in futuro.
Prima degli attacchi del 2025, l’Iran aveva accumulato una quantità significativa di uranio arricchito al 60%, un livello molto vicino a quello necessario per scopi militari (weapons-grade, al 90%). Sebbene gli attacchi abbiano interrotto questo processo, la gestione dello stock esistente rimane una delle principali preoccupazioni per la sicurezza internazionale. Le opzioni sul tavolo, come un’operazione di forze speciali per sequestrare il materiale, presentano rischi enormi e non garantiscono una soluzione definitiva.
Tra Diplomazia e Pressione Militare: un Equilibrio Difficile
Le rivelazioni del Washington Post emergono in un contesto di segnali contrastanti provenienti da Washington e Teheran. Da un lato, il Presidente Trump ha parlato di “colloqui molto forti” e ha esteso una scadenza per un ultimatum riguardante lo Stretto di Hormuz, lasciando aperta la porta alla diplomazia. Paesi come Egitto, Pakistan e Turchia si starebbero muovendo come mediatori per favorire un dialogo indiretto. Si ipotizza persino un incontro a Islamabad tra funzionari di alto livello.
Dall’altro lato, funzionari iraniani, tra cui il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno negato con forza l’esistenza di qualsiasi negoziato diretto, bollando le affermazioni di Trump come “fake news” volte a manipolare i mercati. Nel frattempo, le operazioni militari israeliane continuano, con raid aerei su infrastrutture governative a Teheran. Questa dualità tra aperture diplomatiche e azioni militari rende la situazione estremamente volatile e di difficile interpretazione.
La valutazione realistica dei funzionari americani suggerisce un possibile spostamento degli obiettivi strategici a breve termine: da un ambizioso cambio di regime a un più pragmatico contenimento e degrado delle capacità militari iraniane, in particolare per quanto riguarda i missili balistici e i droni. Una strategia che, tuttavia, non risolve le questioni di fondo e lascia aperti interrogativi cruciali sul futuro a lungo termine della stabilità in Medio Oriente.
