ROMA – Le prime proiezioni diffuse nella serata del 12 giugno 2022 sembravano tracciare un quadro chiaro per il referendum sulla giustizia: il “No” appariva in vantaggio. Secondo i dati preliminari, come quelli di Tecnè per Quarta Repubblica che attestavano il NO al 54% contro il 46% del SI, e quelli del consorzio Opinio Italia per la Rai con percentuali simili (53,9% per il NO e 46,1% per il SI), l’orientamento di una parte dell’elettorato sembrava definito. Tuttavia, un dettaglio cruciale in quelle stesse proiezioni, ovvero la bassa copertura del campione (rispettivamente 49% e 37%), preannunciava quella che sarebbe stata la vera notizia della giornata: un’astensione di massa che ha sancito il fallimento della consultazione.

La Vera Notizia: Il Crollo dell’Affluenza e il Mancato Quorum

Al di là delle percentuali tra “Sì” e “No”, il dato determinante del referendum abrogativo sulla giustizia è stato l’affluenza alle urne. Per la validità di un referendum abrogativo in Italia è infatti necessario il raggiungimento del cosiddetto quorum, ovvero la partecipazione al voto della maggioranza (50% + 1) degli aventi diritto. La consultazione del 12 giugno 2022 ha registrato un’affluenza media definitiva del 20,9%, la più bassa nella storia referendaria della Repubblica Italiana. Questo significa che quasi l’80% degli elettori ha scelto di non recarsi ai seggi, rendendo di fatto ininfluente la distribuzione dei voti espressi.

Il mancato raggiungimento del quorum ha annullato gli effetti dei cinque quesiti, indipendentemente dal fatto che su tutti abbia prevalso il “Sì” tra i votanti. La volontà di quella minoranza di cittadini che si è espressa non ha potuto quindi tradursi in un’abrogazione delle norme oggetto del voto.

Analisi dei Cinque Quesiti Referendari

Per comprendere appieno il dibattito, è fondamentale analizzare nel dettaglio i cinque temi su cui i cittadini erano chiamati a pronunciarsi, promossi da Lega e Partito Radicale. Essi toccavano nervi scoperti del sistema giudiziario italiano:

  1. Abolizione della Legge Severino: Il primo quesito proponeva di abrogare il decreto che prevede l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per i politici condannati in via definitiva per reati gravi. I sostenitori del “Sì” puntavano a ripristinare la discrezionalità del giudice, mentre i contrari temevano un indebolimento delle misure anti-corruzione.
  2. Limitazione delle Misure Cautelari: Si chiedeva di eliminare la “reiterazione del reato dello stesso tipo” come motivo per applicare la custodia cautelare in carcere o ai domiciliari prima di una condanna. L’obiettivo era ridurre un presunto abuso della carcerazione preventiva, ma i critici paventavano rischi per la sicurezza.
  3. Separazione delle Funzioni dei Magistrati: Il terzo quesito mirava a impedire ai magistrati di passare dalla funzione di pubblico ministero (accusa) a quella di giudice (giudicante) e viceversa nel corso della loro carriera. I promotori la ritenevano una garanzia di maggiore imparzialità, mentre gli oppositori la vedevano come una frammentazione dannosa della cultura della giurisdizione.
  4. Valutazione dei Magistrati: Questo quesito proponeva di modificare la composizione dei Consigli Giudiziari, organi che valutano la professionalità dei magistrati, per dare pieno diritto di voto anche ai membri “laici” (avvocati e professori universitari), attualmente limitati a pareri non vincolanti.
  5. Candidature al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM): L’ultimo quesito intendeva eliminare l’obbligo per un magistrato di raccogliere da 25 a 50 firme di altri colleghi per potersi candidare come membro del CSM, una misura volta a ridurre il potere delle correnti interne alla magistratura.

Il Contesto Politico e le Cause del Fallimento

Il fallimento del referendum non può essere attribuito a un singolo fattore, ma a una combinazione di elementi. In primo luogo, la complessità tecnica dei quesiti ha scoraggiato molti elettori, che si sono sentiti inadeguati a esprimere un parere informato su materie così specifiche. A questo si è aggiunta una copertura mediatica limitata e una campagna elettorale che non è riuscita a infiammare il dibattito pubblico, rimanendo confinata a una cerchia di addetti ai lavori e appassionati.

Anche le posizioni dei partiti hanno giocato un ruolo. Mentre Lega e Radicali si sono spesi per il “Sì”, molti altri partiti, tra cui il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, hanno tenuto una linea più defilata o hanno apertamente invitato all’astensione, considerata una legittima strategia per affossare la consultazione. L’esito è stato interpretato come una pesante sconfitta per i promotori, in particolare per il leader della Lega Matteo Salvini, e come la dimostrazione di una crescente disaffezione dei cittadini verso lo strumento referendario, spesso percepito come inadatto a decidere su riforme di sistema complesse.

Pochi giorni dopo il voto, il 16 giugno 2022, il Parlamento ha approvato in via definitiva la cosiddetta “riforma Cartabia”, che ha recepito in parte alcune delle istanze referendarie (in particolare quelle del terzo, quarto e quinto quesito), dimostrando come la via parlamentare fosse quella concretamente perseguita per la modifica dell’ordinamento giudiziario.

Di veritas

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