L’Italia ha scelto: con il 53,7% dei voti, il fronte del “NO” ha respinto la riforma costituzionale sulla giustizia proposta dal governo, in un referendum che ha visto un’affluenza inaspettatamente alta, pari al 58,9% degli aventi diritto. Un risultato che segna una battuta d’arresto per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e che è stato accolto con grande soddisfazione dai promotori del “NO”, tra cui spicca la figura di Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No.
A caldo, ai microfoni del Tg1, Bachelet ha espresso tutta la sua contentezza per quella che ha definito una “battaglia per la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”. Le sue parole, cariche di significato storico e culturale, hanno immediatamente tracciato un parallelo tra questo esito referendario e momenti fondanti della Repubblica Italiana: “Penso sia una vittoria come quella della lotta partigiana o del referendum con pochissimo margine tra monarchia e Repubblica”. Un paragone forte, che sottolinea l’importanza cruciale del voto agli occhi dei suoi sostenitori.
Una vittoria “per tutti”, anche per chi ha votato SÌ
Nel suo commento, Bachelet ha insistito su un punto fondamentale: la vittoria del “NO” non è da intendersi come una vittoria di una parte politica sull’altra, ma come una garanzia per l’intera cittadinanza. “Non per noi ma anche per tutti quelli del SI’, perché è una garanzia per tutti i cittadini e tutti saranno contenti nel lungo periodo che abbia vinto il NO”, ha dichiarato, evidenziando una visione a lungo termine in cui l’autonomia della magistratura è un bene comune irrinunciabile. Secondo Bachelet, una magistratura indipendente e autorevole è un presidio di uguaglianza di fronte alla legge, un principio che tutela ogni cittadino, indipendentemente dalle sue convinzioni politiche.
L’analisi del voto: un’Italia spaccata ma partecipe
I dati che emergono dalle urne delineano un quadro complesso del Paese. Il “NO” ha prevalso in 17 regioni su 20 e in 72 province su 110. Le grandi città come Roma, Milano, Napoli e Torino hanno mostrato una netta preferenza per il “NO”. Al contrario, il “SÌ” ha trovato maggiore consenso in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia.
Interessante è anche l’analisi socio-demografica del voto. Secondo le stime, il “NO” ha raccolto ampi consensi tra i giovani, i laureati e i professionisti. In particolare, la fascia d’età 18-28 anni ha visto una partecipazione del 67%, con il 58,5% di preferenze per il “NO”. Il “SÌ” ha invece prevalso tra gli elettori con un titolo di studio più basso e tra i casalinghi. Questo dato, unito all’alta affluenza, suggerisce una mobilitazione significativa di fasce della popolazione solitamente più distanti dalla politica, richiamate dall’importanza della posta in gioco: la difesa della Costituzione.
Le ragioni di una campagna referendaria accesa
La campagna per il referendum è stata intensa e ha visto la mobilitazione di numerose realtà della società civile. Il Comitato presieduto da Giovanni Bachelet ha riunito associazioni, sindacati (tra cui la CGIL), e figure di spicco del mondo culturale e politico, come Rosy Bindi e Maurizio Landini. La principale preoccupazione del fronte del “NO” era che la riforma, nota anche come “legge Nordio”, potesse compromettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato, indebolendo l’autonomia della magistratura e sottomettendola al controllo del governo.
I sostenitori del “NO” hanno argomentato che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, punto centrale della riforma, fosse in realtà già garantita dalla riforma Cartabia del 2022 e che il vero obiettivo fosse quello di limitare i controlli su chi esercita il potere. La vittoria del “NO” è stata quindi interpretata come un chiaro segnale di attaccamento ai valori costituzionali e come una richiesta di riforme condivise e non divisive.
Il futuro dopo il voto
Con la bocciatura della riforma, la Costituzione rimane invariata. Il risultato apre ora una nuova fase politica. Da un lato, il governo dovrà prendere atto della volontà popolare e riconsiderare il proprio approccio alle riforme istituzionali. Dall’altro, come sottolineato da diverse associazioni, il tema della giustizia non si chiude con questo voto, ma viene riaperto nella prospettiva di affrontare i problemi reali del sistema, come le carenze di organico e i tempi dei processi, attraverso soluzioni condivise e non interventi che alterino gli equilibri costituzionali. La “vittoria della partecipazione democratica”, come è stata definita, pone le basi per un dibattito pubblico rinnovato sul futuro della giustizia in Italia.
