Roma – Una domenica di giugno che doveva segnare un punto di svolta per la giustizia italiana si è trasformata nella cronaca di un appuntamento mancato. I cinque referendum abrogativi del 12 giugno 2022, promossi da Lega e Partito Radicale per modificare alcuni aspetti cruciali del sistema giudiziario, si sono infranti contro il muro dell’astensione. Con un’affluenza media attestatasi appena al 20,9%, ben lontana dal quorum del 50% più uno degli aventi diritto, la consultazione popolare è stata dichiarata nulla, lasciando inalterato il quadro normativo ma aprendo profonde crepe nel dibattito politico.

I QUESITI E IL FLOP DELL’AFFLUENZA

Gli italiani erano chiamati a esprimersi su temi complessi e di grande impatto: l’abolizione della legge Severino sull’incandidabilità dei politici condannati, limiti alla custodia cautelare, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una nuova composizione dei consigli giudiziari e la modifica del sistema di elezione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Nonostante la rilevanza delle questioni, la campagna referendaria non è riuscita a catturare l’interesse dell’elettorato, segnando uno dei tassi di partecipazione più bassi nella storia referendaria della Repubblica. Un risultato che ha di fatto premiato la linea del “No” promossa da una parte consistente del centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle, che avevano invitato all’astensione o a votare contro le proposte.

L’ANALISI DI STEFANO CECCANTI: LA SINISTRA LIBERALE E L’OCCASIONE PERSA

Tra le voci più autorevoli nel campo del “Sì” si è distinta quella di Stefano Ceccanti, costituzionalista e storico esponente dell’area riformista del Partito Democratico. In netta controtendenza rispetto alla linea maggioritaria del suo partito, Ceccanti ha sostenuto con forza le ragioni della riforma, vedendola come un passo necessario per completare la transizione verso un modello accusatorio, in linea con il principio del “giusto processo” introdotto in Costituzione nel 1999.

Secondo il costituzionalista, la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, insieme a una riforma del CSM, avrebbe rafforzato la terzietà del giudice, un principio fondamentale per garantire ai cittadini un processo equo. Ceccanti, proveniente da una cultura politica garantista e liberale, ha vissuto l’esito del voto come un’occasione sprecata, attribuendo la sconfitta non solo alla scarsa mobilitazione, ma anche a una comunicazione politica inadeguata da parte degli stessi promotori.

In diverse analisi, Ceccanti ha sottolineato come una parte del centrodestra, pur promuovendo i quesiti, abbia mostrato difficoltà nel difendere il merito delle riforme su un piano garantista, spostando il dibattito su un più generico scontro tra politica e magistratura. Questo approccio, a suo avviso, avrebbe finito per disorientare una porzione del proprio elettorato, spingendola all’astensione o addirittura al voto contrario, vanificando così il contributo della “Sinistra del Sì”. Per Ceccanti, l’impegno per queste riforme rappresentava una coerenza con le battaglie storiche di associazioni come Libertà Eguale, nate proprio per promuovere i valori del garantismo liberale.

LE SPACCATURE POLITICHE E LE CONSEGUENZE

Il risultato referendario ha messo a nudo le profonde divisioni che attraversano gli schieramenti politici italiani sul tema della giustizia.

  • Il Centrodestra: Promotore dei quesiti, ha subito una netta sconfitta politica, dimostrando di non avere la forza di mobilitare il proprio elettorato su temi così specifici e complessi.
  • Il Centrosinistra: Uscito formalmente “vincitore” grazie al fallimento del quorum, ha però mostrato una spaccatura interna evidente. La posizione ufficiale del PD, orientata al “No” o all’astensione, si è scontrata con quella di una significativa area riformista e liberale (rappresentata da figure come Ceccanti e da partiti come Più Europa e Azione/Italia Viva) che ha invece sostenuto il “Sì”.
  • Il Movimento 5 Stelle: Ha mantenuto una linea compattamente giustizialista, schierandosi per il “No” e contribuendo in modo decisivo al fallimento della consultazione.

Pochi giorni dopo il voto, il Parlamento ha comunque approvato in via definitiva la cosiddetta “riforma Cartabia”, che ha recepito in parte alcune delle istanze referendarie, in particolare quelle relative alla riforma del CSM. Questo ha dimostrato come il dibattito sulla necessità di riformare la giustizia fosse reale, ma lo strumento del referendum abrogativo si sia rivelato inefficace e divisivo, favorendo la diserzione dalle urne piuttosto che un confronto nel merito.

UN’ASTENSIONE CHE INTERROGA LA DEMOCRAZIA

Al di là delle analisi politiche, il dato più eclatante del 12 giugno 2022 resta la bassissima affluenza. Un segnale preoccupante di disaffezione dei cittadini verso uno degli strumenti di partecipazione diretta più importanti previsti dalla Costituzione. La complessità dei quesiti, una campagna informativa poco incisiva e la scelta di molti partiti di trasformare il voto in un test politico sul governo Draghi hanno contribuito a tenere gli elettori lontani dalle urne. Un esito che non risolve i problemi della giustizia italiana e lascia aperta una riflessione amara sulla capacità della politica di coinvolgere i cittadini nelle grandi scelte che riguardano il futuro del Paese.

Di veritas

🔍 Il vostro algoritmo per la verità, 👁️ oltre le apparenze, 💖 nel cuore dell’informazione 📰

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *