Un grido forte e chiaro si è levato da piazza Santissima Annunziata a Firenze: “Giustizia per Eleonora”. A oltre un anno dal tragico 8 febbraio 2025, giorno in cui Eleonora Guidi, 34 anni, fu brutalmente uccisa con 24 coltellate nella sua casa di Rufina, la comunità si è stretta attorno alla famiglia per chiedere che il suo assassino, il compagno Lorenzo Innocenti, risponda delle sue azioni davanti alla legge. L’iniziativa, organizzata dal collettivo Nonunadimeno, ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, in maggioranza donne, che hanno voluto testimoniare la loro vicinanza e la loro rabbia per una vicenda giudiziaria che presenta contorni complessi e dolorosi.

La perizia psichiatrica e lo stallo processuale

Il cuore della protesta e della preoccupazione della famiglia Guidi risiede nell’esito di una perizia psichiatrica disposta dal gip. Un collegio di periti ha stabilito che Lorenzo Innocenti, architetto di 38 anni che dopo l’omicidio tentò il suicidio gettandosi dalla finestra, al momento non sarebbe in grado di partecipare coscientemente al processo. La perizia lo ha inoltre definito “non socialmente pericoloso”. Questa conclusione ha di fatto sospeso il procedimento, rinviando a una nuova valutazione tra 12 mesi, e ha scatenato l’indignazione dei familiari e di chi li sostiene. Le conseguenze del tentato suicidio, tra cui traumi fisici, amnesie e deficit cognitivi, sono alla base della valutazione dei periti del giudice. Tuttavia, i consulenti di parte della famiglia Guidi sono giunti a conclusioni diametralmente opposte, definendo Innocenti “estremamente pericoloso” e capace di controllare le proprie pulsioni aggressive.

La sorella di Eleonora, Elisabetta Guidi, presente in piazza, ha espresso con parole toccanti la frustrazione di una famiglia che vive “in un limbo da oltre un anno”. “Ci aspettiamo che lo Stato, dopo che ha curato Innocenti e gli ha fornito tutte le tutele possibili, ora lo metta davanti alle sue azioni”, ha dichiarato. “È un soggetto che parla, ragiona, cammina e gioca a scacchi, crediamo sia arrivato il momento che paghi per quello che ha fatto”. Elisabetta ha inoltre sottolineato la natura del rapporto tra sua sorella e l’uomo: “So per certo che c’era un rapporto tossico e una violenza psicologica molto sottile”.

Il rifiuto della narrazione del “raptus”

Un tema centrale, emerso con forza dalle parole dei manifestanti e degli organizzatori, è il netto rifiuto della tesi del “raptus” o del gesto imprevedibile. “Come Nonunadimeno non crediamo nel discorso del raptus”, ha affermato un’attivista del collettivo. “Il femminicidio non è un momento estremo di violenza in un rapporto sano, ma la conseguenza ultima di ripetuti atti di violenza che avvengono all’interno della coppia”. Questa visione inquadra il delitto di Eleonora non come un atto isolato di follia, ma come l’apice di una spirale di violenza di genere, un fenomeno culturale e sociale radicato nel patriarcato. La violenza, come sottolineato, non è un fatto privato, ma una responsabilità collettiva che richiede un cambiamento culturale profondo, a partire dall’educazione sessuo-affettiva.

I prossimi passi: un presidio per la giustizia

L’attenzione è ora rivolta al 25 marzo, data in cui si terrà un’udienza cruciale per l’incidente probatorio, durante la quale verranno discusse le perizie psichiatriche contrastanti. In concomitanza con l’udienza, è stato organizzato un nuovo presidio davanti al Tribunale di Firenze. La mobilitazione non si ferma, alimentata dalla speranza che il sistema giudiziario possa finalmente dare le risposte che la famiglia di Eleonora e un’intera comunità attendono. La richiesta è una sola: che il processo abbia inizio e che la giustizia possa fare il suo corso, garantendo anche un futuro di serenità al figlio della coppia, rimasto orfano della madre in una mattina di febbraio che ha spezzato per sempre la vita di Eleonora Guidi.

Di veritas

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