Roma – In un clima politico surriscaldato, la campagna referendaria sulla riforma della giustizia si conclude con un veemente affondo del presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Dal palco allestito a Roma per la chiusura della campagna per il “No”, l’ex premier ha lanciato accuse pesanti contro il governo guidato da Giorgia Meloni, delineando uno scenario di scontro frontale tra politica e magistratura e mettendo in discussione l’integrità di alcuni dei suoi esponenti di spicco.
Le accuse di Conte: “Riscrivono l’assetto costituzionale”
Il cuore dell’intervento di Conte ha riguardato quella che ha definito una vera e propria “riscrittura dell’assetto costituzionale”. Secondo il leader pentastellato, le prime avvisaglie di un attacco all’indipendenza della magistratura si sarebbero manifestate già nel 2023, con le indagini a carico del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e della ministra del Turismo, Daniela Santanchè. In quell’occasione, ha ricordato Conte, da fonti vicine a Palazzo Chigi si levarono voci critiche verso l’operato dei magistrati, accusati di “fare politica”.
Il culmine di questa tensione, secondo la narrazione di Conte, è stato raggiunto con le dichiarazioni della stessa Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che a fine ottobre 2025 avrebbe definito la riforma della giustizia e quella della Corte dei Conti come una “risposta all’intollerabile invadenza della magistratura”. Un’affermazione che, per Conte, tradisce la volontà del governo di assoggettare l’ordine giudiziario all’indirizzo politico, in palese contrasto con il principio di separazione dei poteri. “Io avevo studiato che la magistratura tutela i diritti di tutti i cittadini”, ha chiosato polemicamente, evocando un principio fondamentale dello stato di diritto.
Il caso Delmastro: tra condanne e società controverse
Un capitolo a parte, nell’arringa di Conte, è stato dedicato alla figura di Andrea Delmastro. Il sottosegretario alla Giustizia è stato recentemente condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso dell’anarchico Alfredo Cospito. Una condanna che ha scatenato un’ondata di polemiche e richieste di dimissioni da parte delle opposizioni.
Ma le critiche di Conte si sono spinte oltre, toccando una recente inchiesta giornalistica che ha rivelato la partecipazione di Delmastro, insieme ad altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia, in una società di ristorazione. La controversia nasce dal fatto che il 50% delle quote della società “Le 5 Forchette Srl”, con annesso ristorante a Roma, era detenuto dalla figlia diciottenne di Mauro Caroccia, un uomo considerato prestanome del clan camorristico Senese e condannato in via definitiva con l’aggravante mafiosa. Delmastro ha sostenuto di aver lasciato la società una volta appresa la situazione, ma le opposizioni, M5S in testa, hanno chiesto che il caso venga discusso in Commissione Antimafia, sollevando dubbi sull’opportunità di tali legami per un membro del governo con delega all’amministrazione penitenziaria.
Conte ha calcato la mano su questo punto, affermando: “Adesso scopriamo che da sottosegretario ha fatto una società con tre sodali di Fdi per fare affari, dando il 50% alla figlia di un prestanome del clan Senese”. Un’accusa gravissima che mira a minare la credibilità non solo del singolo esponente, ma dell’intero esecutivo.
Santanchè e Nordio nel mirino
Nel suo discorso, Conte non ha risparmiato critiche neanche alla ministra del Turismo, Daniela Santanchè, e al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La Santanchè è attualmente indagata in diverse inchieste, tra cui quelle per bancarotta relative ai fallimenti di Bioera e Ki Group, e rinviata a giudizio per falso in bilancio nel caso Visibilia. Vicende che, secondo le opposizioni, rendono la sua permanenza al governo “insostenibile”.
Il Guardasigilli Nordio, ex magistrato e figura chiave della riforma, è stato invece il bersaglio della critica più ideologica di Conte. L’ex premier ha contrapposto la figura di Nordio, definito “un ministro indagato per Almasri”, a quella di Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti. Questo paragone retorico è servito a Conte per sottolineare una presunta deriva etica e culturale: “Si passa da Calamandrei e i costituenti a un ministro indagato […] Siamo passati dai padri costituenti a Bartolozzi e a questi esponenti del ministro della Giustizia”.
L’appello finale per il “No”
La conclusione dell’intervento di Giuseppe Conte è stata un appello diretto agli elettori, un invito a respingere la riforma attraverso il voto referendario. Facendo riferimento a una dichiarazione di Meloni sulla vicenda Delmastro (“forse non è stato molto attento”), Conte ha replicato con fermezza: “Noi rispondiamo che non c’è spazio per i forse. Noi scegliamo. Disegniamo su quella scheda un forte, secco, sonoro, No”.
Le parole del leader del M5S si inseriscono in un dibattito acceso che vede contrapposti due modelli di giustizia e di rapporti tra poteri dello Stato. Da un lato, il governo che sostiene la necessità di una riforma per modernizzare il sistema e garantire maggiore efficienza. Dall’altro, un fronte del “No” composito che teme un indebolimento dell’indipendenza della magistratura e un’eccessiva influenza del potere politico. L’esito del referendum è destinato a lasciare un segno profondo sul futuro degli equilibri istituzionali del Paese.
