Milano – Un martello e un pezzo di una stecca da biliardo. Potrebbero essere questi gli oggetti a segnare una svolta decisiva nelle indagini sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne di origini marocchine ucciso con un colpo di pistola alla testa lo scorso 26 gennaio nel tristemente noto “boschetto della droga” di Rogoredo, alla periferia di Milano. A esaminare i reperti, rinvenuti in un’auto nella disponibilità dell’assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino, in carcere con l’accusa di omicidio volontario, è stato chiamato un nome di spicco nel panorama forense italiano: il genetista Giorgio Portera, già consulente per la famiglia di Yara Gambirasio.

L’obiettivo degli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, è verificare la presenza di tracce biologiche su questi strumenti. Un eventuale ritrovamento potrebbe infatti corroborare le pesanti accuse mosse da diversi testimoni, amici della vittima, secondo cui Cinturrino era solito minacciare e in alcuni casi colpire spacciatori e tossicodipendenti proprio con un martello e altri corpi contundenti. Per cristallizzare queste dichiarazioni, ritenute cruciali, la Procura ha richiesto e ottenuto l’incidente probatorio per otto persone, la cui testimonianza, data la loro condizione di fragilità e la mancanza di una fissa dimora, sarebbe a rischio in un futuro dibattimento.

Un quadro accusatorio sempre più grave per l’agente Cinturrino

La posizione di Carmelo Cinturrino, 41 anni, in servizio presso il commissariato Mecenate, si è aggravata in modo esponenziale nel corso delle ultime settimane. L’accusa iniziale di omicidio volontario, per la quale il poliziotto ha sempre sostenuto la legittima difesa affermando di aver sparato per paura, è stata recentemente appesantita dall’agravante della premeditazione. Secondo la Procura, l’agente avrebbe pianificato l’assassinio di Mansouri. A sostegno di questa tesi vi sarebbero numerosi messaggi minatori inviati da Cinturrino alla vittima, del tenore di “O ti arresto o ti ammazzo” e “Di’ a Zack che se lo becco io lo uccido”.

Ma le accuse non si fermano qui. Il poliziotto deve rispondere di un totale di 43 capi di imputazione che delineano un quadro di presunti abusi e illegalità sistematiche. Tra i reati contestati figurano:

  • Estorsione e concussione: avrebbe costretto alcuni spacciatori a consegnargli denaro e droga.
  • Percosse e sequestro di persona: testimoni raccontano di violenze fisiche, anche con l’uso del martello, e di un pusher chiuso e picchiato in una stanza del commissariato.
  • Spaccio di droga: in alcuni casi, si sarebbe appropriato della droga sequestrata per poi cederla.
  • Arresto illegale, falso, calunnia e depistaggio: avrebbe falsificato verbali per incastrare spacciatori e tentato di inquinare le prove dopo l’omicidio, ad esempio posizionando una pistola a salve vicino al corpo di Mansouri per simulare la legittima difesa.

Il Tribunale del Riesame di Milano ha recentemente respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dalla difesa, confermando la misura cautelare in carcere per l’agente.

Un’indagine che si allarga: coinvolti altri poliziotti

Il “metodo Cinturrino”, come è stato definito, non sarebbe stato un’azione isolata. L’inchiesta, infatti, si è allargata fino a coinvolgere altri sei poliziotti, tutti in servizio presso il commissariato Mecenate, portando il totale degli indagati a sette. Le accuse a loro carico, a vario titolo, includono falso, arresto illegale, favoreggiamento e omissione di soccorso. Questo sviluppo suggerisce l’esistenza di un sistema di condotte illecite all’interno del commissariato, ben lontano dall’ipotesi della singola “mela marcia”. Le indagini puntano a far luce su un presunto racket gestito da alcuni uomini delle forze dell’ordine ai danni degli spacciatori nella zona tra Rogoredo e Corvetto.

I dubbi sulla dinamica dell’omicidio

La versione della legittima difesa fornita da Cinturrino è stata incrinata fin da subito da diversi elementi. I primi risultati dell’autopsia hanno rivelato una traiettoria del proiettile difficilmente compatibile con la ricostruzione dell’agente. Inoltre, le perizie balistiche indicano che Mansouri si trovava a circa venti metri di distanza quando è stato colpito, una distanza che mette in discussione l’imminenza del pericolo. Altro particolare inquietante è l’assenza di impronte digitali sulla pistola giocattolo che la vittima avrebbe brandito e il fatto che sul suo giubbotto sia stata trovata l’impronta di una scarpa, come se fosse stato calpestato.

La famiglia di Abderrahim Mansouri, rappresentata dall’avvocata Debora Piazza, chiede che venga accertata tutta la verità su una vicenda che getta un’ombra pesantissima sull’operato di alcuni membri delle forze dell’ordine e che solleva interrogativi inquietanti sulla gestione della legalità in una delle aree più difficili di Milano.

Di veritas

🔍 Il vostro algoritmo per la verità, 👁️ oltre le apparenze, 💖 nel cuore dell’informazione 📰

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *