MILANO – La quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano ha messo un punto fermo su una vicenda che da anni anima il dibattito pubblico e le aule di giustizia: la commemorazione di Sergio Ramelli. Con una sentenza le cui motivazioni sono state recentemente depositate, i giudici hanno confermato 13 condanne a quattro mesi di reclusione per altrettanti militanti di estrema destra. L’accusa è quella di manifestazione fascista, in riferimento ai saluti romani e alla “chiamata del presente” avvenuti durante il corteo del 29 aprile 2018.

La Corte ha descritto l’evento come una “celebrazione” che “esalta e richiama i valori del partito fascista”. Nelle 25 pagine di motivazioni, si legge che la manifestazione, attraverso una “formazione numerosa e compatta” assimilabile a una “struttura militare” e organizzata da “gruppi che si ispirano a ideologie di estrema destra”, è “in grado di realizzare” quel “pericolo di ricostituzione del partito fascista” vietato dalla Costituzione e dalla legge Scelba.

Il contesto storico: chi era Sergio Ramelli

Per comprendere appieno la portata di questa sentenza, è necessario fare un passo indietro nel tempo, ai cosiddetti “anni di piombo”. Sergio Ramelli era uno studente di 18 anni e militante del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Il 13 marzo 1975 fu brutalmente aggredito a colpi di chiave inglese vicino a casa sua, a Milano, da un gruppo di militanti legati ad Avanguardia Operaia. Morì dopo 47 giorni di agonia, il 29 aprile 1975. La sua morte divenne uno degli episodi più tragici e simbolici della violenza politica che insanguinò l’Italia in quegli anni, trasformando la sua figura in un’icona per gli ambienti della destra politica. Da allora, ogni 29 aprile, gruppi neofascisti organizzano a Milano un corteo per commemorarlo, evento che è da sempre al centro di forti tensioni e polemiche.

Le motivazioni della Corte: non una semplice commemorazione

La difesa degli imputati ha sempre sostenuto la tesi della natura puramente commemorativa del gesto. Tuttavia, la Corte d’Appello, presieduta dai giudici Tutinelli, Rizzardi e Marchiondelli, ha respinto questa linea. Accogliendo la richiesta della sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi, i giudici hanno stabilito che l’intento commemorativo “non esclude affatto la rilevanza penale delle condotte”.

Ciò che rende penalmente rilevante la manifestazione, secondo la Corte, è il suo “potere evocativo” e la presenza di “specifiche caratteristiche” che rappresentano “un pericolo concreto di ricostituzione del partito fascista”. Tra queste caratteristiche, i giudici elencano:

  • L’utilizzo di rituali come il saluto romano e la “chiamata del presente”, definiti “manifestazioni usuali del Partito fascista” e “immediatamente e notoriamente idonei ad evocare” quell’ideologia.
  • La struttura paramilitare del corteo, con centinaia di persone schierate in una formazione compatta.
  • L’omogeneità visiva dei partecipanti, spesso vestiti di nero.
  • La crescente partecipazione all’evento nel corso degli anni, che vede la commemorazione di Ramelli affiancata a quella di altre figure come Carlo Borsani ed Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Msi ucciso nel 1976.

Per la Corte, non si è trattato di un momento “circoscritto e di raccoglimento”, ma di una vera e propria “messa in scena organizzata con modalità idonee a impressionare le folle”. La “forza suggestiva” di una massa di quasi duemila persone che agisce all’unisono, secondo i giudici, può portare “ad emulare gesti e rituali” e creare “adesione a idee e concezioni ripudiate” dalla Costituzione.

Il quadro giuridico e il richiamo alla Cassazione

La sentenza si inserisce in un dibattito giuridico complesso, che ruota attorno all’interpretazione della legge Scelba (n. 645/1952) e della legge Mancino (n. 205/1993), che puniscono l’apologia del fascismo e gli atti di discriminazione e violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La Corte d’Appello ha fatto esplicito riferimento a una fondamentale sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del 2024, la quale ha stabilito che il saluto romano integra il reato previsto dall’articolo 5 della legge Scelba quando, considerate tutte le circostanze, sia idoneo a rappresentare un concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista.

La procuratrice Bossi aveva sottolineato come manifestazioni con centinaia di persone, schierate come formazioni paramilitari, non siano meramente commemorative, ma rappresentino un pericolo per l’ordinamento costituzionale. Una linea pienamente accolta dalla Corte, che ha ribadito come il bene giuridico da proteggere sia l’ordinamento democratico stesso.

Le reazioni e il futuro

La sentenza è stata accolta con soddisfazione dall’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), parte civile nel processo, che l’ha definita una decisione coerente con l’orientamento della Cassazione. Tra i condannati figurano esponenti legati a diverse realtà dell’estrema destra come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova. La vicenda giudiziaria, tuttavia, non è ancora conclusa: resta aperto un altro filone d’inchiesta relativo al corteo del 2019, per il quale la Procura ha impugnato 23 assoluzioni. Questa sentenza, pertanto, non solo chiude un capitolo importante, ma stabilisce anche un precedente significativo per i futuri procedimenti, riaffermando il confine invalicabile tra la libertà di commemorazione e l’apologia di un’ideologia condannata dalla storia e dalla Costituzione italiana.

Di veritas

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