Roma – Una strategia a doppio binario, che unisce linguaggi e pubblici differenti per un’unica, cruciale meta: la vittoria del “Sì” al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Nel fine settimana decisivo che porterà i cittadini alle urne, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e sua sorella Arianna, responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia, scendono in campo personalmente, protagoniste di un rush finale che mira a mobilitare l’elettorato su uno dei provvedimenti più qualificanti dell’azione di governo.
Giorgia Meloni: dialogo con i giovani nel podcast di Fedez
Per parlare ai più giovani, a quel pubblico spesso percepito come distante dai formati tradizionali della politica, la Premier sceglie un “palco” decisamente inedito: lo studio di “Pulp”, il popolare podcast condotto dal rapper Fedez e dallo youtuber Mr Marra. Una mossa comunicativa audace, difesa a spada tratta dalla stessa Meloni sui social media di fronte alle critiche delle opposizioni: “Quando non parlo, dicono che scappo. Quando parlo, contestano il luogo, il mezzo e chi mi intervista. Il sospetto è che preferirebbero semplicemente che io non esistessi. Mi spiace, ma non posso accontentarli”.
Durante quasi un’ora di conversazione, in un’atmosfera informale e usando un “tu” che a tratti si corregge in un più istituzionale “lei”, Giorgia Meloni ha spaziato su diversi temi, dalla politica internazionale al caro benzina. Ma il cuore del suo intervento è stato dedicato alla riforma della giustizia, firmata dal ministro Carlo Nordio. L’obiettivo primario: smontare quella che definisce “una trappola” tesa dal fronte del No, ovvero la politicizzazione del voto. “Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia”, ha chiarito con forza, insistendo che un’eventuale vittoria del No non comporterebbe le sue dimissioni.
Rivolgendosi idealmente a un elettore avversario, ha poi lanciato un avvertimento pragmatico: “Se tu oggi voti ‘no’ solo per mandare a casa la Meloni, ti ritrovi che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone”. Un messaggio chiaro per riportare il dibattito sul merito di un provvedimento descritto come “di buon senso” e necessario per modernizzare il Paese.
I pilastri della Riforma Nordio
Il referendum confermativo, che si tiene senza necessità di quorum, chiede agli italiani di approvare o respingere una legge che modifica sette articoli della Costituzione. I punti cardine della riforma sono:
- Separazione delle carriere: Vengono istituiti percorsi distinti sin dal concorso pubblico per magistrati requirenti (i pubblici ministeri che conducono le indagini) e giudicanti (i giudici che emettono le sentenze), con l’obiettivo di rafforzare la terzietà e l’imparzialità del giudice.
- Due Consigli Superiori della Magistratura: L’attuale CSM unico viene sdoppiato in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
- Sorteggio per i componenti togati: Viene introdotto il sorteggio come meccanismo per la selezione di una parte dei membri dei due CSM, una misura volta, secondo i sostenitori, a limitare il potere delle correnti interne alla magistratura.
- Istituzione dell’Alta Corte Disciplinare: Nasce un nuovo organo, esterno ai CSM, composto da magistrati e membri laici, con il compito esclusivo di giudicare le violazioni disciplinari delle toghe.
Arianna Meloni: l’appello alla “famiglia-partito”
Se Giorgia si è rivolta a un pubblico nuovo, la sorella maggiore Arianna ha parlato al cuore del partito, al “popolo della destra”. Dal palco del Palazzo dei Congressi all’Eur, a Roma, ha chiuso la campagna referendaria di Fratelli d’Italia con un discorso che ha mescolato argomenti tecnici a una forte carica emotiva. Ha ribadito la netta distinzione tra il voto referendario e il giudizio sull’operato del governo, che gli italiani potranno esprimere nel 2027.
Il passaggio più sentito è stato quello che ha legato la storia del partito e la sua stessa biografia politica alla lotta alla mafia. “Abbiamo cominciato a far politica subito dopo le stragi del ’92 perché non potevamo sopportare che due eroi come Falcone e Borsellino erano stati ammazzati per aver difeso la giustizia”, ha ricordato. Un modo per respingere le accuse di essere contro la magistratura: “Come si fa a dire che noi non siamo dalla parte della magistratura? Noi lo siamo e questa riforma lo conferma perché ne rafforza l’autonomia e l’indipendenza”.
Sul palco con lei anche figure come il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha avvisato gli scettici del rischio di una “doppia fregatura”, e l’ex magistrato Antonio Di Pietro, che ha spiazzato molti invitando a votare Sì per “riscrivere quello che falsamente hanno scritto i professionisti dell’antimafia”.
Un fronte del Sì e del No trasversale
La campagna referendaria ha visto schieramenti non perfettamente allineati con le tradizionali coalizioni politiche. Il centrodestra si è mostrato compatto per il Sì. Sul fronte del No, invece, si sono ritrovati insieme Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno chiuso la loro campagna in un evento unitario a Roma, sostenendo che la riforma mini l’indipendenza della magistratura. Posizioni più sfumate da parte di Azione, favorevole alla riforma, e Italia Viva, che ha lasciato libertà di voto. L’esito del voto appare in bilico, con l’affluenza che potrebbe rivelarsi un fattore decisivo.
