Un nuovo terremoto scuote il mondo della moda italiana. La Procura di Milano ha avviato un’indagine per caporalato che vede coinvolto Andrea Dini, amministratore delegato della Dama Spa, società proprietaria del noto marchio Paul & Shark, e cognato del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. L’inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci, ha portato al controllo giudiziario in via d’urgenza sia della Dama Spa che della Alberto Aspesi & C. Spa, un altro nome di spicco del lusso Made in Italy.

Le accuse della Procura: sfruttamento sistematico per massimizzare i profitti

Secondo l’impianto accusatorio, le due aziende avrebbero deliberatamente subappaltato la produzione di capi di abbigliamento a opifici, gestiti da cittadini cinesi, pur essendo a conoscenza delle condizioni di grave sfruttamento a cui erano sottoposti i lavoratori. L’obiettivo, si legge negli atti, era l’“abbattimento dei costi e la massimizzazione dei profitti attraverso l’elusione di norme penali giuslavoristiche”. Si parla di una vera e propria “modalità di produzione” basata sullo sfruttamento, con una “deliberata mancanza di modelli organizzativi” idonei a prevenire tali situazioni.

Le condizioni di lavoro emerse dalle indagini sono agghiaccianti: turni massacranti di 14 ore al giorno, 7 giorni su 7, dalle 8 del mattino alle 22 di sera. I lavoratori, spesso privi di regolare permesso di soggiorno, percepivano retribuzioni “in palese contrasto con la contrattazione collettiva” e al di sotto della soglia di povertà. Vivevano inoltre in “stanze dormitorio privee di areazione e di luce naturale e ricavate abusivamente”, in un contesto di gravi violazioni in materia di sicurezza e igiene sul lavoro.

Gli indagati e il meccanismo del subappalto

Oltre ad Andrea Dini, risultano indagate in totale sette persone. Tra queste figurano Francesco Umile Chiappetta, amministratore delegato di Aspesi, e tre cittadini di origine cinese, amministratori di fatto degli opifici situati a Garbagnate Milanese. Le stesse società Dama Spa e Alberto Aspesi & C. Spa sono indagate per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.

L’inchiesta ha “fotografato” un fenomeno in cui due mondi solo apparentemente distanti, quello del lusso e quello dei laboratori cinesi, entrano in connessione. Le griffe affidavano la produzione a questi opifici, che a loro volta reclutavano connazionali “stretti nella morsa della clandestinità”. Nonostante le aziende effettuassero audit e visite presso i fornitori, questi controlli sarebbero stati finalizzati unicamente alla verifica della qualità del prodotto, rimanendo “ciechi” di fronte alle palesi violazioni dei diritti dei lavoratori. Per i pm, è “francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali” delle due società, data la durata dei rapporti e il grado di compenetrazione con gli opifici.

Un esempio emblematico del ricarico sui prodotti è stato citato negli atti: un “car coat reversibile” che alla produzione costa 107 euro viene venduto al pubblico a 1.945 euro; un giubbotto “typhoon” dal costo di produzione di 74 euro viene venduto a 569 euro.

Un’inchiesta ad ampio raggio sulla filiera della moda

Questa indagine si inserisce in un filone più ampio che la Procura di Milano, e in particolare il pm Storari, porta avanti da tempo per far luce sul caporalato nella filiera della moda. Già in passato, altre grandi firme del lusso come Alviero Martini, Armani, Dior e Tod’s sono state oggetto di indagini simili. A dicembre 2025, la Procura aveva richiesto documentazione relativa a governance e filiere produttive a ben 13 maison, tra cui Dolce & Gabbana, Versace, Prada, Gucci e Yves Saint Laurent, per verificare l’efficacia dei loro modelli di controllo.

L’azione della magistratura milanese, come sottolineato dallo stesso pm Storari in precedenti occasioni, mira non solo a sanzionare ma anche a promuovere un cambiamento, spingendo le imprese a internalizzare i lavoratori e a dotarsi di sistemi di controllo efficaci per garantire la legalità lungo tutta la catena di fornitura.

La reazione di Attilio Fontana

Interpellato sulla vicenda che coinvolge il cognato, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha dichiarato: “Chiedete a mio cognato che sicuramente dimostrerà la propria innocenza come ha fatto in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto”. Ha poi aggiunto, parlando con i cronisti, di prendere atto del fatto che “più che sapere le cose, volete cercare di mettere sempre un pizzico di veleno”, definendo strumentale l’accostamento alla sua persona. È da notare che il 10% della Dama Spa è detenuto dalla moglie di Fontana attraverso una Srl. Andrea Dini era già stato prosciolto nel maggio 2022 nell’ambito del cosiddetto “caso camici” relativo a una fornitura durante l’emergenza Covid.

Di veritas

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