La comunità internazionale è scossa da una nuova, drammatica vicenda che vede al centro il regime iraniano. Un cittadino svedese, detenuto in Iran dal giugno del 2025, è stato giustiziato, scatenando un’ondata di indignazione e la ferma condanna da parte dell’Unione Europea e della Svezia. L’uomo, identificato da media affiliati alla magistratura iraniana come Kourosh Keyvani, era stato accusato di “spionaggio a favore di Israele”.
La reazione dell’Unione Europea: “Atto brutale di violenza insensata”
Immediata e durissima la reazione di Bruxelles. L’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, ha definito l’esecuzione “un atto brutale di violenza insensata”. In una nota ufficiale, Kallas ha ribadito l’invito all’Iran a “fermare tutte le esecuzioni e ad abolire la pena di morte”. Ha inoltre sottolineato come “la situazione dei diritti umani in Iran, estremamente grave, e il preoccupante aumento delle esecuzioni sono inaccettabili e mostrano il vero volto del regime”. L’Unione Europea ha espresso le più sentite condoglianze alla famiglia della vittima e ha manifestato la sua piena solidarietà alla Svezia.
Stoccolma convoca l’ambasciatore iraniano
Anche da Stoccolma è giunta una ferma condanna. La Ministra degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, ha espresso il suo “profondo sgomento” per la notizia, definendo la pena di morte “una punizione disumana e crudele”. Il governo svedese ha prontamente convocato l’ambasciatore iraniano per protestare formalmente contro l’esecuzione. Le autorità svedesi hanno lamentato un processo “molto carente” e segnato da gravi irregolarità procedurali, sottolineando come la doppia cittadinanza del detenuto, non riconosciuta da Teheran, abbia complicato l’assistenza consolare.
La ministra Stenergard ha inoltre dichiarato di aver tentato, senza successo, di contattare il suo omologo iraniano per protestare contro l’imminente esecuzione non appena ne ha avuto notizia. Questo episodio aggrava ulteriormente le già tese relazioni tra Svezia e Iran, con Stoccolma che valuta “tutte le possibili misure” per esercitare ulteriore pressione sul regime.
Il contesto: spionaggio e la “Guerra dei 12 giorni”
Secondo le fonti iraniane, Kourosh Keyvani sarebbe stato arrestato dall’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” nel giugno 2025. L’accusa, come spesso accade in casi che coinvolgono cittadini stranieri o con doppia nazionalità in Iran, è quella di spionaggio per conto di Israele, il principale avversario regionale della Repubblica Islamica. L’Iran ha una lunga storia di arresti di cittadini stranieri con accuse simili, spesso utilizzate come merce di scambio in negoziati internazionali.
La vicenda di Keyvani solleva nuove preoccupazioni per la sorte di altri detenuti stranieri in Iran, tra cui un altro cittadino svedese-iraniano, lo scienziato Ahmadreza Djalali, arrestato nel 2016 e condannato a morte nel 2017 sempre con l’accusa di spionaggio.
Una crisi dei diritti umani sempre più profonda
L’esecuzione del cittadino svedese si inserisce in un quadro allarmante di violazioni dei diritti umani in Iran. Le organizzazioni internazionali denunciano da tempo un’impennata delle esecuzioni capitali nel paese. La pena di morte in Iran è prevista per un’ampia gamma di reati, che vanno dall’omicidio e traffico di droga a reati d’opinione, spionaggio e apostasia. Spesso i processi non rispettano gli standard internazionali di equità e le confessioni vengono estorte sotto tortura.
La repressione si è intensificata in particolare dopo le massicce proteste scoppiate nel paese, con un giro di vite su attivisti, giornalisti, donne che si oppongono all’obbligo del velo e minoranze etniche e religiose. La comunità internazionale, e in particolare l’Unione Europea, continua a esercitare pressioni su Teheran, ma con risultati finora limitati. Questa ultima esecuzione non fa che confermare la drammatica urgenza di un’azione più incisiva per la difesa dei diritti fondamentali in Iran.
