La tensione crescente nel Golfo Persico, culminata con il blocco navale dello stretto di Hormuz a causa della guerra in Iran, sta proiettando le sue ombre lunghe sull’economia globale, colpendo direttamente il cuore del Made in Italy. Un caso emblematico è quello della Lago Group, storica azienda di Galliera Veneta (Padova) specializzata nella produzione di wafer, biscotti e merende, che si trova a fronteggiare una situazione di stallo con un impatto economico immediato e potenzialmente devastante. L’azienda, fortemente orientata all’export verso i Paesi del Golfo, ha reso noto di avere merci bloccate per un valore complessivo di circa un milione di euro.
Una crisi che non è fatta solo di numeri, ma di container fermi e di un’incertezza che paralizza l’attività. Nel dettaglio, la Lago Group ha denunciato una situazione critica:
- Cinque container sono attualmente fermi in mare, in un limbo logistico.
- Due container pronti per la partenza sono bloccati a terra.
- Altri due container sono stati costretti a rientrare nei porti di partenza.
- Ben 23 container sono fermi in stock presso lo stabilimento, impossibilitati a raggiungere i mercati di destinazione.
Le difficoltà operative e l’impennata dei costi
A questa paralisi commerciale si aggiungono difficoltà operative che complicano ulteriormente il quadro. Una delle problematiche più sentite è l’impossibilità di tracciare con precisione le spedizioni. Molte navi, infatti, sono costrette a navigare con i trasponder disattivati per non diventare facili bersagli, rendendo il monitoraggio delle merci un’impresa ardua. Questa misura di sicurezza, seppur necessaria, getta le aziende in uno stato di totale incertezza sulla sorte dei propri carichi.
Sul fronte economico, le conseguenze sono altrettanto pesanti. I costi del trasporto marittimo sono letteralmente raddoppiati, un’impennata dovuta principalmente alla mancanza di coperture assicurative per i rischi di guerra. Le compagnie che ancora offrono polizze “war risk” lo fanno a premi esorbitanti, aumentati fino al 400%. A ciò si aggiunge l’aumento vertiginoso del costo del carburante navale. Le rotte alternative, come il periplo dell’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza, allungano i tempi di transito e, di conseguenza, i costi. Anche l’opzione del trasporto via terra, fino a poco tempo fa considerata inusuale, presenta tariffe proibitive.
Un’eco globale: l’impatto sulla supply chain
Le parole di Francesco De Marco, Group International Sales Director di Lago Group, dipingono un quadro allarmante che va ben oltre la singola realtà aziendale: “Oggi è tutto il commercio mondiale a risentire di questa crisi anche se l’area più colpita è quella ad Est in quanto sono chiusi sia lo stretto di Hormuz che il canale di Suez”. La sua analisi evidenzia come la crisi abbia una portata sistemica, destinata a generare un effetto domino su tutta la catena di approvvigionamento.
L’aumento dei costi non si limiterà al solo trasporto. È previsto un rincaro generalizzato delle materie prime di provenienza asiatica, come gli oli vegetali, e di tutti quei materiali legati all’andamento del petrolio, come gli imballaggi in plastica e i cartoni. Un aumento che, inevitabilmente, si ripercuoterà sui costi di produzione e, in ultima analisi, sui prezzi al consumo.
Lo Stretto di Hormuz: un collo di bottiglia strategico
Per comprendere appieno la gravità della situazione, è fondamentale ricordare l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz. Attraverso questo braccio di mare transita circa il 25% del commercio globale di petrolio trasportato via mare, circa 20 milioni di barili al giorno nel 2024. Non solo greggio, ma anche il 20% delle esportazioni di gas naturale liquefatto. La sua chiusura, anche parziale, ha un impatto immediato sui mercati energetici, con il prezzo del petrolio Brent che ha già superato i 90 dollari al barile.
La crisi non risparmia altri settori cruciali. Il blocco coinvolge anche il commercio di fertilizzanti, con un terzo delle esportazioni mondiali che passa da Hormuz, minacciando la sicurezza alimentare in molti Paesi in via di sviluppo e mettendo a rischio le semine anche in Europa. L’aumento dei prezzi di materie prime come rame, ferro, alluminio e plastiche sta già mettendo sotto pressione l’intero sistema produttivo.
Le prospettive e l’appello delle imprese
La situazione attuale è caratterizzata da una profonda incertezza. Le compagnie di navigazione comunicano aggiornamenti continui, con frequenti “stop & go” che rendono impossibile una programmazione affidabile delle consegne. Di fronte a questo scenario, emerge un senso di isolamento da parte delle imprese. “In questo siamo soli, non vi è, ad oggi, supporto da parte delle istituzioni”, lamenta De Marco, sottolineando il timore per le conseguenze di un conflitto a medio termine.
La crisi dello Stretto di Hormuz, quindi, non è solo una notizia di politica internazionale, ma una realtà economica tangibile che sta mettendo a dura prova la resilienza del nostro sistema produttivo. Il caso della Lago Group è una testimonianza diretta di come le tensioni geopolitiche in angoli remoti del pianeta possano avere ripercussioni concrete e immediate sulla vita delle nostre aziende e, in definitiva, sull’economia del nostro Paese.
