Civitavecchia – Si è conclusa nel pomeriggio di oggi, nel porto di Civitavecchia, l’odissea per i 123 migranti soccorsi dalla nave Life Support dell’organizzazione non governativa Emergency. L’approdo, avvenuto dopo giorni di navigazione, pone fine a una drammatica sequenza di salvataggi nel Mediterraneo centrale, ma al contempo accende nuovamente i riflettori sulla controversa pratica dell’assegnazione di porti di sbarco molto distanti dalle aree di soccorso.
Tre soccorsi in 48 ore: una corsa contro il tempo
L’equipaggio della Life Support è stato protagonista di una vera e propria maratona umanitaria tra il 13 e il 14 marzo, portando a termine ben tre distinti interventi in meno di 48 ore. L’ultima operazione, avvenuta nella tarda serata di sabato 14 marzo in acque internazionali all’interno della zona SAR (Search and Rescue) maltese, ha permesso di salvare 25 persone, tra cui 11 minori non accompagnati. I naufraghi si trovavano a bordo di un piccolo gommone bianco, sovraffollato e privo di giubbotti di salvataggio, in balia del buio e del mare.
“Il buio ha complicato le attività di ricerca ma, appena individuato questo piccolo gommone sovraffollato, abbiamo iniziato le operazioni di salvataggio”, ha dichiarato Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. “Ci siamo ritrovati davanti venticinque persone pietrificate dalla paura, senza giubbotti salvagente”. Questo intervento si è aggiunto ai due precedenti, che avevano già portato a bordo rispettivamente 41 e 57 persone, per un totale di 123 vite salvate.
Le storie a bordo: in fuga da guerre e violenze
Il gruppo dei 123 sopravvissuti è composto da una maggioranza di uomini, ma include anche 20 donne e ben 26 minori non accompagnati. Provengono principalmente da Paesi devastati da conflitti, instabilità politica, povertà estrema e cambiamenti climatici, come Sudan, Sud Sudan, Somalia, Yemen e Nigeria. Molti di loro hanno riferito di essere partiti dalla città libica di Zawiya, un noto hub dei traffici di esseri umani dove abusi e torture sono all’ordine del giorno.
Le testimonianze raccolte a bordo dall’equipe di Emergency dipingono un quadro straziante. “Le persone soccorse hanno alle spalle viaggi lunghi, complessi e rischiosi”, ha commentato Annachiara Burgio, mediatrice culturale a bordo. “Molti riferiscono di violenze e torture subite durante la permanenza in Libia”. Tra le storie emerse, quella di un giovane sudanese fuggito dalla guerra e dalle persecuzioni, passato per i campi profughi in Ciad prima di affrontare la detenzione arbitraria e le violenze in Libia.
La denuncia di Emergency: la politica dei “porti lontani”
Subito dopo il primo salvataggio, le autorità italiane hanno assegnato alla Life Support il porto di Civitavecchia, a circa tre giorni di navigazione dalla posizione della nave. Una decisione che Emergency ha duramente criticato, definendola una pratica che impone un’ulteriore sofferenza a persone già in condizioni di estrema fragilità fisica e psicologica.
L’assegnazione di un “porto così lontano”, sottolinea l’ONG, ha due gravi conseguenze:
- Aggrava le condizioni dei naufraghi: li costringe a trascorrere giorni supplementari in mare, ritardando l’accesso a cure mediche adeguate, supporto psicologico e ai servizi essenziali a terra.
- Ostacola i soccorsi: tiene la nave di soccorso lontana dalla zona SAR del Mediterraneo centrale per un periodo prolungato, lasciando di fatto un vuoto di assistenza in un’area dove, come dimostrato dalla sequenza di interventi, la necessità di aiuto è costante e disperata.
Questa strategia, secondo diverse organizzazioni umanitarie, riduce significativamente la capacità operativa delle navi delle ONG, costringendole a percorrere migliaia di chilometri in più e a passare più tempo in navigazione che in attività di pattugliamento e soccorso.
L’arrivo e l’accoglienza
Nonostante le difficoltà del lungo viaggio, la Life Support ha raggiunto Civitavecchia, dove è stata attivata la macchina dell’accoglienza, coordinata dalla Capitaneria di Porto e che ha visto la partecipazione di Autorità Portuale, ASL, Comune e numerosi volontari di Croce Rossa e Protezione Civile. I 123 naufraghi sono stati sbarcati e hanno ricevuto le prime cure e assistenza, in attesa di essere trasferiti nei centri di accoglienza. Il loro arrivo, però, non è solo la fine di un viaggio, ma l’inizio di un nuovo, complesso percorso e un monito sulla crisi umanitaria che continua a consumarsi alle porte dell’Europa.
