CHIETI – Con una decisione destinata a segnare un punto importante nel complesso contenzioso tra le organizzazioni non governative (ONG) e le autorità italiane, il Tribunale di Chieti ha accolto il ricorso presentato da Sos Humanity, sospendendo l’efficacia del fermo amministrativo di 20 giorni e della sanzione pecuniaria che erano stati imposti alla nave di soccorso Humanity 1. Il provvedimento era scattato nel dicembre 2025 nel porto di Ortona, in Abruzzo, a seguito di un’operazione di salvataggio nel Mediterraneo centrale che aveva portato allo sbarco di 85 migranti.
La Contesa sulla Comunicazione con la Guardia Costiera Libica
La motivazione alla base del fermo, secondo quanto contestato dalle autorità italiane, risiedeva nella mancata comunicazione da parte dell’equipaggio della Humanity 1 con il centro di coordinamento di soccorso marittimo libico. Una scelta, quella della ONG, che non è stata casuale, ma che si fonda su una posizione di principio ben precisa e supportata da un crescente numero di pronunce giudiziarie. Sos Humanity, insieme ad altre organizzazioni che compongono l’alleanza Justice Fleet, rifiuta infatti ogni contatto operativo con la cosiddetta Guardia Costiera libica.
Questa ferma presa di posizione si basa sulla constatazione, avvalorata da numerose inchieste, rapporti internazionali e sentenze di tribunali italiani, che la Libia non può essere considerata un “porto sicuro” (Place of Safety) e che le sue autorità marittime sono state più volte accusate di gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e rifugiati. La stessa Corte di Cassazione italiana, con una storica sentenza del febbraio 2024, ha stabilito che riconsegnare i naufraghi alle autorità libiche può configurare un reato, poiché espone le persone a trattamenti inumani e degradanti.
Una “Vittoria per la Justice Fleet”
L’ordinanza del Tribunale di Chieti, emessa il 12 marzo 2026, è stata accolta con grande soddisfazione da Sos Humanity e dalla Justice Fleet, che l’hanno definita “un’altra vittoria” significativa. Questo successo si aggiunge infatti a una serie di decisioni analoghe che hanno visto i giudici italiani dichiarare illegittimi i fermi amministrativi di altre navi umanitarie, come la Sea-Watch 5 e la Sea-Eye 5. Secondo le ONG, queste sentenze dimostrano come “le politiche ostruzionistiche dei governi violino il diritto internazionale”, mentre l’alleanza continua a “resistere con forza”.
La Justice Fleet, nata nel 2025, è la più grande alleanza di organizzazioni civili di ricerca e soccorso, creata per agire congiuntamente, rafforzare le reti di solidarietà e contrastare legalmente e politicamente quelle che definiscono “politiche di morte europee”. L’obiettivo è chiaro: difendere i diritti umani e il diritto marittimo internazionale nel Mediterraneo.
Il Contesto Normativo: il “Decreto Piantedosi”
I fermi amministrativi delle navi ONG si inquadrano nel contesto del cosiddetto “Decreto Piantedosi” (decreto-legge 1/2023), che ha introdotto una serie di norme più stringenti per le attività di soccorso in mare. Tra le disposizioni più contestate vi è l’obbligo per le navi di raggiungere “senza ritardo” il porto di sbarco assegnato, un’indicazione che di fatto vieta i salvataggi multipli, e l’assegnazione sistematica di porti molto distanti dalla zona di soccorso. Queste misure, secondo le ONG, non solo aumentano i costi delle missioni ma, soprattutto, riducono drasticamente il tempo di permanenza delle navi nelle aree dove avvengono i naufragi, lasciando di fatto il Mediterraneo centrale sguarnito di assetti di soccorso civili.
Dall’entrata in vigore del decreto, sono stati emessi numerosi provvedimenti di fermo, per un totale di centinaia di giorni di blocco per le navi della flotta civile e decine di migliaia di euro in sanzioni. Una strategia che le organizzazioni umanitarie definiscono deliberatamente volta a ostacolare le loro attività salvavita.
La Battaglia Legale Continua
Nonostante la vittoria legale a Chieti, la Humanity 1 non è ancora libera di riprendere il mare. La nave è infatti attualmente bloccata nel porto di Trapani a seguito di un altro ordine di fermo, questa volta di 60 giorni, notificato nel febbraio 2026. Anche contro questo provvedimento, Sos Humanity ha già annunciato di aver presentato ricorso, aprendo un ulteriore fronte giudiziario. La vicenda della Humanity 1 è dunque emblematica della complessa e tesa partita che si gioca nelle aule di tribunale e nel Mar Mediterraneo, una partita in cui si scontrano la sovranità degli Stati nella gestione dei flussi migratori e il dovere, sancito dal diritto internazionale, di salvare vite umane in pericolo.
