MILANO – In un clima politico sempre più incandescente in vista del referendum confermativo del 22 e 23 marzo, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha infiammato il dibattito sulla riforma della giustizia. Dal palco del Teatro Franco Parenti di Milano, durante l’evento “Sì. Una riforma che fa giustizia”, organizzato da Fratelli d’Italia, la premier ha sferrato un attacco diretto e senza precedenti all’Associazione Nazionale Magistrati (ANM).
“Non devo ricordare quante volte in passato gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati” a causa “dell’interdizione esercitata dall’Anm o da gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica“, ha dichiarato Meloni. Parole che segnano un punto di non ritorno nello scontro tra l’esecutivo e una parte della magistratura, accusata di aver eretto un muro contro ogni tentativo di cambiamento.
Una Riforma “Storica” contro decenni di immobilismo
Secondo la leader di Fratelli d’Italia, il governo ha finalmente approvato una “riforma storica” dopo “decenni di rinvii e tentativi mancati”. L’obiettivo, ha sottolineato, è quello di “affrontare i principali problemi alla base del malfunzionamento della giustizia” e “correggere le storture” attraverso l’esercizio del potere legislativo. La premier ha rivendicato il coraggio di voler modificare un sistema che sembrava “irriformabile, intoccabile, indiscutibile”.
Nel suo intervento, Meloni ha voluto rassicurare sul fatto che l’intento non è quello di “liberarsi della magistratura”, smarcandosi così da recenti polemiche, ma di “sistemare quello che non funziona” per il bene dei cittadini. Ha poi aggiunto una nota provocatoria, affermando che quello dei magistrati “è un potere enorme ed è l’unico a cui non corrisponde una adeguata responsabilità, perché se un magistrato sbaglia, non subisce alcuna conseguenza, anzi spesso avanza di carriera”.
I punti cardine della Riforma Meloni-Nordio
La cosiddetta riforma costituzionale Meloni-Nordio, approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 e ora sottoposta a referendum, introduce modifiche sostanziali all’ordinamento giudiziario. I pilastri del provvedimento sono:
- Separazione delle carriere: La riforma istituisce percorsi distinti per i magistrati giudicanti (i giudici) e quelli requirenti (i pubblici ministeri), modificando diversi articoli della Costituzione. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’imparzialità del giudice.
- Riforma del CSM: Il Consiglio Superiore della Magistratura viene diviso in due organi distinti: un Consiglio superiore della magistratura giudicante e un Consiglio superiore della magistratura requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
- Introduzione del sorteggio: La modalità di selezione dei componenti “togati” dei due CSM cambia radicalmente, passando da un sistema elettivo a un sorteggio “secco” tra tutti i magistrati. Anche i membri “laici” (professori universitari e avvocati) saranno sorteggiati da un elenco compilato dal Parlamento.
- Istituzione dell’Alta Corte disciplinare: Viene creato un nuovo organo comune con competenza sulle questioni disciplinari di tutti i magistrati.
Lo scontro politico e le reazioni delle opposizioni
Le dichiarazioni della premier hanno immediatamente scatenato la reazione delle opposizioni, che guidano la mobilitazione per il “No” al referendum. Esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle accusano il governo di voler trasformare il referendum in uno scontro politico contro la magistratura, con l’obiettivo di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Il presidente del M5S, Giuseppe Conte, ha sostenuto che la riforma serva solo “al governo, alla politica, per mettersi al riparo dalle inchieste” e che il sorteggio dei membri laici del CSM sia una “finzione”. Francesco Boccia, presidente dei senatori del PD, ha definito le parole di Meloni “demagogia e populismo che rasentano l’irresponsabilità”, accusando la destra di voler “incendiare il Paese”.
Dal canto suo, la Presidente del Consiglio ha respinto le accuse di voler controllare la magistratura, sostenendo al contrario che la riforma mira a impedire che sia la politica a farlo. Ha inoltre chiarito che, in caso di vittoria del “No”, non ci sarà alcuna possibilità di dimissioni del governo, che intende arrivare alla fine della legislatura.
La campagna referendaria si preannuncia dunque come uno scontro frontale, non solo su un complesso progetto di revisione costituzionale, ma anche su visioni opposte del rapporto tra politica e giustizia nel nostro Paese.
