Un 8 marzo all’insegna della lotta e della mobilitazione quello che ha visto le piazze di tutta Italia tingersi di fucsia. Il movimento transfemminista “Non una di meno” ha chiamato a raccolta migliaia di persone in circa sessanta città, da Nord a Sud, per uno sciopero globale e una giornata di manifestazioni contro la violenza patriarcale, le politiche del governo e la guerra. Al centro delle proteste, un forte dissenso nei confronti dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, accusato di portare avanti politiche “misogine, razziste e guerrafondaie”, e la ferma opposizione al disegno di legge sulla violenza sessuale a firma della senatrice Giulia Bongiorno.
Roma: la “marea fucsia” contro il governo e il ddl Bongiorno
Nella capitale, un imponente corteo ha attraversato le vie del centro, passando per luoghi simbolici come il Colosseo. Partita da Piazzale Ugo La Malfa al Circo Massimo, la manifestazione ha visto la partecipazione di una folla eterogenea composta da donne, giovani, studenti e famiglie. Gli slogan scanditi e gli striscioni esposti hanno espresso chiaramente le ragioni della protesta: “Consenso sì, Bongiorno no” e “Abbiamo il governo più antifemminista degli ultimi 80 anni”. Le attiviste si sono rivolte direttamente alla Presidente del Consiglio: “Meloni, ci senti? Siamo noi l’opposizione a un governo misogino, razzista e guerrafondaio”. Tra le bandiere presenti, numerose quelle della Palestina, a testimonianza di una lotta che si vuole intersezionale, capace di unire le rivendicazioni femministe a quelle contro la guerra e l’oppressione.
Il fulcro della contestazione è stato il cosiddetto ddl Bongiorno, una proposta di modifica alla legge sulla violenza sessuale che, secondo le manifestanti, avrebbe “conseguenze molto gravi”. Il movimento “Non una di meno” sostiene che il testo, incentrato sul concetto di “dissenso” anziché su quello di “consenso”, rischierebbe di invertire l’onere della prova, gravando sulle vittime che dovrebbero dimostrare di essersi opposte all’atto sessuale. Questa modifica, secondo le associazioni femministe, rappresenterebbe un pericoloso arretramento culturale e giuridico, in contrasto con la Convenzione di Istanbul e con un’interpretazione giurisprudenziale ormai consolidata che pone al centro il principio del “solo un sì è sì”. “Il governo Meloni sta distruggendo dall’interno tutte le politiche dell’antiviolenza conquistate in anni di lotte”, hanno dichiarato le attiviste, definendo il ddl “l’ultimo atto di una serie di politiche atte a collocare le donne in uno stato di subalternità”. Al corteo romano ha partecipato anche la deputata del Partito Democratico, Laura Boldrini, che ha parlato di “un 8 marzo di lotta”, accusando l’esecutivo di non agire concretamente per i diritti delle donne.
Non sono mancati momenti di tensione. Prima della partenza del corteo, un gruppo di cittadini iraniani ha esposto un cartello con la scritta “Sì alla guerra per il salvataggio del popolo iraniano”, generando un’accesa discussione con le attiviste del movimento, fermamente pacifiste. Dopo un confronto verbale, la situazione è rientrata, evidenziando le diverse e complesse prospettive all’interno delle lotte per la libertà.
Milano e le altre piazze: un grido unanime contro il patriarcato
Anche a Milano la partecipazione è stata massiccia, con oltre tremila persone che hanno sfilato dalla Stazione Centrale a Piazza Fontana. Il corteo ha visto gesti simbolici di forte impatto, come l’affissione di un grande poster con la scritta “Senza consenso è stupro, senza dissenso è fascismo” sul grattacielo Pirelli, sede del Consiglio regionale. Le rivendicazioni hanno spaziato dalla lotta contro la violenza di genere alla richiesta di un salario dignitoso, passando per la solidarietà con la Palestina.
Le manifestazioni hanno attraversato l’intero Paese, da Trieste a Palermo, unendo le voci di decine di migliaia di persone in un unico grido: “Disarmiamo guerra e patriarcato”. Le proteste hanno messo in luce una critica radicale non solo a specifiche politiche governative, ma a un sistema, quello patriarcale, considerato la radice della violenza e delle disuguaglianze di genere. Le manifestanti hanno rivendicato maggiori fondi per i consultori e i centri antiviolenza, un welfare accessibile e un impegno concreto per la parità salariale e contro la precarietà lavorativa, che colpisce in modo particolare le donne.
Un’analisi delle rivendicazioni
La giornata dell’8 marzo 2024 si è configurata non come una celebrazione, ma come una potente affermazione politica. Le piazze hanno espresso una profonda sfiducia verso un governo che, sebbene guidato da una donna, è percepito come ostile ai diritti e alle istanze femministe. La critica va oltre il ddl Bongiorno e tocca temi come la precarietà economica, lo smantellamento del welfare e un approccio securitario alla violenza di genere, ritenuto inefficace perché non agisce sulle cause culturali del fenomeno.
La mobilitazione di “Non una di meno” ha evidenziato la volontà di costruire un’opposizione dal basso, capace di connettere lotte diverse sotto la bandiera comune del transfemminismo. La solidarietà internazionale, in particolare con la causa palestinese e le donne iraniane (seppur con le tensioni registrate), dimostra la visione globale di un movimento che legge la violenza di genere come un fenomeno strutturale, legato a dinamiche di potere, colonialismo e capitalismo. L’8 marzo si è confermato, ancora una volta, un momento cruciale di visibilità e rivendicazione per un movimento che si pone come alternativa politica e culturale all’ordine esistente.
