Prato, 7 marzo 2026 – Una città divisa, presidiata da un imponente dispiegamento di forze dell’ordine, ha vissuto una giornata di alta tensione sabato 7 marzo. Tre diverse piazze hanno ospitato altrettante manifestazioni, riflesse di visioni del mondo diametralmente opposte, che hanno messo a nudo le profonde fratture del tessuto sociale e politico non solo locale, ma nazionale. Da una parte, il comitato di estrema destra “Remigrazione e Riconquista”; dall’altra, un fronte composito ma unito nei valori dell’antifascismo e dell’accoglienza.
La piazza della “Remigrazione”: slogan, polemiche e cambio di location
Al grido di “Italia, Nazione, Remigrazione”, circa 500 persone provenienti da diverse regioni d’Italia si sono radunate per sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal comitato “Remigrazione e Riconquista”. L’organizzazione, che vede tra i suoi fondatori sigle come CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads e Brescia ai Bresciani, mira a introdurre l’istituto della “remigrazione”, ovvero il ritorno, volontario o forzato, degli immigrati nei loro paesi d’origine. La proposta di legge, che ha già raccolto oltre 130.000 firme, prevede misure come l’espulsione di stranieri che commettono reati, incentivi economici per il rientro assistito e un fondo per la natalità italiana.
La manifestazione, inizialmente autorizzata in piazza Europa, è stata spostata all’ultimo momento in piazza Ciardi. La decisione è seguita all’“occupazione” pacifica di piazza Europa da parte del sindacato Sudd Cobas e di numerosi lavoratori migranti, che vi avevano trascorso la notte in tenda per impedire lo svolgimento del raduno di estrema destra. Questo cambio di programma ha scatenato la dura reazione di Luca Marsella, presidente del comitato e portavoce di CasaPound, che ha parlato di “scippo” e di “mafia antifascista”, accusando la questura di “connivenza” e affermando che solo il “senso di responsabilità” dei suoi manifestanti ha evitato incidenti.
La risposta antifascista: due piazze unite nei valori
Contemporaneamente, la città di Prato ha risposto con due contromanifestazioni pacifiche e partecipate. In piazza delle Carceri, circa 600 persone hanno aderito all’appello “Mai più fascismi”. Un’ampia coalizione di associazioni (tra cui ANPI, ANED, ARCI), partiti politici (dal PD al M5S), sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL) e istituzioni ha dato vita a un presidio festoso e colorato. Tra i presenti anche il Presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, che ha voluto testimoniare l’impegno della Toscana come “regione di accoglienza e integrazione”.
Poco distante, in piazza Duomo, si è tenuta la seconda contromanifestazione, promossa da Sudd Cobas, Collettivo di fabbrica-lavoratori Gkn Firenze e Comitato 25 Aprile Prato. Anche qui, centinaia di persone, tra cui molti operai pakistani, hanno assistito agli interventi dal palco, ribadendo il loro no al razzismo e allo sfruttamento.
Una data non casuale e un dibattito acceso
La scelta del 7 marzo per la manifestazione sulla “remigrazione” è stata vista da molti come una provocazione deliberata. In questa data, infatti, Prato commemora un evento tragico della sua storia: il 7 marzo 1944, 133 cittadini pratesi furono rastrellati dalle truppe nazifasciste e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee; solo 18 di loro fecero ritorno. Molti esponenti politici e della società civile hanno sottolineato il legame tra la parola “remigrazione” e il concetto di deportazione, definendola “una parola farlocca per non dire quella vera: deportazione di tutte le persone migranti”.
Anche il Vescovo di Prato, Giovanni Nerbini, è intervenuto condannando i termini “remigrazione” e “riconquista” come sintomo di una “mentalità non solo chiusa ma dichiaratamente xenofoba”. Le forze antifasciste hanno ribadito come la vera sicurezza si costruisca con la legalità, il lavoro regolare e l’inclusione, non alimentando l’odio e la divisione.
Nonostante l’atmosfera carica di tensione e la città letteralmente blindata da circa 450 agenti delle forze dell’ordine, la giornata si è conclusa senza scontri. Una volta terminate le manifestazioni, la vita nella Prato multietnica è tornata lentamente alla normalità, quasi a voler dimenticare la tensione di una giornata che ha però lasciato un segno profondo nel dibattito sulla convivenza e sui valori fondanti della nostra società.
