Lo Stato assesta un altro, significativo colpo alla rete di fiancheggiatori che ha protetto la trentennale latitanza del boss di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. I finanzieri del comando provinciale di Palermo hanno eseguito un decreto di confisca, emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, nei confronti di Andrea Bonafede, il geometra di 62 anni di Campobello di Mazara che ha ceduto la propria identità al superlatitante, consentendogli di muoversi e curarsi nell’ombra. Il provvedimento, che segue il sequestro preventivo eseguito a marzo del 2025, sancisce il passaggio definitivo allo Stato dei beni più simbolici dell’ultimo periodo di libertà del boss: l’appartamento-covo e l’automobile utilizzata per i suoi spostamenti.
I beni confiscati: l’ultimo rifugio e la Giulietta nera
Nel dettaglio, la confisca ha riguardato due elementi chiave nella vita clandestina di Messina Denaro. Il primo è l’appartamento situato a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, che è stato l’ultimo covo del boss prima della sua cattura, avvenuta il 16 gennaio 2023. Questo immobile ha rappresentato la base logistica e il rifugio sicuro del capomafia, un luogo apparentemente anonimo nel cuore del suo feudo territoriale.
Il secondo bene sottratto alla disponibilità di Bonafede è un’autovettura, una Alfa Romeo Giulietta di colore nero, che Messina Denaro utilizzava per muoversi nel territorio. L’auto, acquistata a Palermo con documenti falsi intestati a Bonafede, è stata uno strumento fondamentale per la gestione delle attività illecite e per mantenere i contatti con la sua rete di complici. Proprio il ritrovamento di quest’auto, poco dopo l’arresto del boss, ha permesso agli investigatori di risalire al primo covo individuato a Campobello di Mazara.
Il ruolo cruciale di Andrea Bonafede
Andrea Bonafede non è stato un semplice complice, ma una pedina fondamentale nel complesso sistema che ha garantito la latitanza di Messina Denaro. Nipote dello storico boss locale Leonardo Bonafede, alleato della famiglia Messina Denaro, il geometra ha fornito al boss più di un semplice nome. Ha messo a disposizione la sua intera esistenza documentale, permettendo a Messina Denaro di accedere alle cure del servizio sanitario nazionale per il tumore al colon che lo affliggeva e che lo ha poi condotto alla morte nel settembre 2023.
Fu proprio seguendo le tracce sanitarie lasciate dal “paziente Andrea Bonafede” che i Carabinieri del Ros e la Procura di Palermo riuscirono a stringere il cerchio e a porre fine a una fuga durata tre decenni. L’arresto avvenne all’esterno della clinica “La Maddalena” di Palermo, dove il boss si recava per la chemioterapia.
Condanna definitiva e sorveglianza speciale
Per il suo ruolo di primo piano nel supporto al boss, Andrea Bonafede sta già scontando una condanna definitiva a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa, confermata in Cassazione. A questa pesante pena detentiva, il decreto del tribunale di Trapani aggiunge ora una misura di prevenzione personale: la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di quattro anni, accompagnata dall’obbligo di soggiorno nel comune di residenza, Campobello di Mazara. Una misura che, sebbene non incida sulla sua attuale condizione di detenuto, sottolinea la sua pericolosità sociale e mira a recidere ogni legame residuo con l’ambiente criminale una volta espiata la pena.
L’importanza del contrasto patrimoniale alla mafia
Questa operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Palermo e condotta dalla Guardia di Finanza, si inserisce in una più ampia e fondamentale strategia di contrasto alla criminalità organizzata. L’obiettivo è quello di aggredire le ricchezze illecitamente accumulate, prosciugando le risorse economiche che costituiscono la linfa vitale e la fonte di potere delle mafie. La confisca dei beni, oltre a rappresentare una sanzione concreta per i fiancheggiatori, permette allo Stato di riappropriarsi di ciò che è stato acquisito con proventi illeciti, per poi destinarlo a fini sociali, come previsto dalla normativa antimafia. Un atto non solo giudiziario, ma dal forte valore simbolico, che riafferma la presenza e la forza della legalità sul territorio.
