NAPOLI – La giustizia presenta il conto per uno dei più gravi disastri ambientali della storia recente italiana. Con un decreto depositato il 19 febbraio 2026, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli, presieduta da Teresa Areniello, ha disposto la confisca di un immenso patrimonio, stimato in 204.914.706 euro, nei confronti dei fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini. Imprenditori di Acerra, attivi nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti, sono stati condannati in via definitiva per il loro ruolo nel traffico illecito di scarti industriali e urbani che ha avvelenato la cosiddetta “Terra dei Fuochi”.
L’operazione, eseguita dal Gico (Gruppo di Investigazione sulla Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, ha messo i sigilli a un vero e proprio impero economico, frutto, secondo le indagini, dei proventi illeciti derivanti dallo sversamento illegale di rifiuti. Un colpo durissimo a chi, per profitto, ha compromesso in modo devastante un intero territorio.
Un patrimonio sconfinato sotto sequestro
L’elenco dei beni confiscati è impressionante e testimonia la vastità degli investimenti effettuati dai Pellini nel corso degli anni. La misura ha colpito:
- 8 aziende con sedi operative tra le province di Napoli, Frosinone e Roma.
- 224 immobili, tra cui appartamenti, ville e palazzi, distribuiti capillarmente in sei province: Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone.
- 75 terreni, molti dei quali situati proprio nelle aree martoriate dall’inquinamento.
- 70 rapporti finanziari, tra conti correnti e investimenti, su cui erano depositate ingenti somme di denaro.
- Un lussuoso parco veicoli composto da 72 auto.
- 3 imbarcazioni e persino 2 elicotteri, a dimostrazione di un tenore di vita elevatissimo.
Secondo i giudici, questo enorme patrimonio è il risultato di una “concreta e grave capacità criminale” che ha causato “conseguenze devastanti nei territori interessati e per l’ambiente nonché per gli animali e le persone“. Nel decreto, i magistrati definiscono i Pellini “criminali senza scrupoli che hanno piegato le loro competenze imprenditoriali al perseguimento del soldo facile“.
Una lunga e travagliata vicenda giudiziaria
L’epilogo odierno giunge al termine di un percorso giudiziario complesso e tortuoso, iniziato nel lontano 2017. La base dell’accusa poggia sulla condanna definitiva per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, che ha portato gli inquirenti a indagare sulla provenienza delle ricchezze accumulate dagli imprenditori. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli hanno da subito evidenziato una “marcata sproporzione” tra i beni posseduti e i redditi dichiarati dai fratelli e dai loro familiari.
Una prima confisca era stata disposta già nel 2019 e confermata dalla Corte d’Appello nel 2023. Tuttavia, nell’aprile del 2024, un colpo di scena: la Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento per un vizio di carattere formale, ordinando la restituzione dell’intero patrimonio ai Pellini. La Suprema Corte aveva rilevato la tardività del decreto di secondo grado, emesso oltre il termine di 18 mesi previsto dalla legge.
La tenacia della Procura e la nuova confisca
Nonostante la battuta d’arresto, la Procura di Napoli, guidata da Nicola Gratteri, non si è arresa. Ritenendo ancora pienamente sussistenti i presupposti della misura di prevenzione – ovvero la “pericolosità qualificata” dei soggetti e la sproporzione patrimoniale – ha immediatamente avviato una nuova e più approfondita ricognizione patrimoniale, estesa anche ai nuclei familiari.
Questo nuovo lavoro investigativo ha permesso, nel maggio 2024, di ottenere un nuovo sequestro dei beni da parte della Sezione Misure di Prevenzione. L’istruttoria camerale che ne è seguita si è conclusa con il decreto di confisca depositato il 19 febbraio 2026. Il Tribunale ha ribadito la “perdurante pericolosità qualificata dei proposti” e la “strutturale e significativa sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi leciti dichiarati“, giudicando inoltre inidonee le giustificazioni fornite dalla difesa per dimostrare la lecita provenienza delle risorse impiegate.
I beni, che ora passano sotto il controllo dello Stato, rappresentano uno dei più importanti recuperi patrimoniali nel campo dei reati ambientali in Italia, un segnale forte di giustizia per una terra ferita e per le sue comunità, che da anni lottano contro le conseguenze dell’inquinamento.
