ROMA – Un’odissea. Non c’è termine più appropriato per descrivere la situazione che stanno vivendo decine di imprese italiane, la cui sopravvivenza è legata a doppio filo alle rotte marittime internazionali. La chiusura dello Stretto di Hormuz, una delle “porte” più strategiche del pianeta, ha innescato una reazione a catena che sta colpendo duramente il cuore pulsante del Made in Italy. Container che vagano per settimane in mari sconosciuti, merci bloccate nei porti, costi che lievitano in modo vertiginoso e un’incertezza che paralizza ogni pianificazione. È la tempesta perfetta che si è abbattuta sull’export, e la testimonianza di Caterina Carannante, imprenditrice del distretto ceramico di Sassuolo, ne è una fotografia tanto vivida quanto preoccupante.
L’incubo dei container fantasma e delle rotte impazzite
La sua società, ‘Tricolore International’, dal 2011 porta l’eccellenza del gres porcellanato italiano nel Sultanato dell’Oman. Un mercato florido, ora diventato un miraggio irraggiungibile. “Al momento dello scoppio della crisi avevamo otto contenitori in mare, partiti dall’Italia e diretti al porto di Sohar, in Oman”, racconta l’imprenditrice. Da quel momento, è iniziato un calvario fatto di attese e comunicazioni frammentarie. “Stiamo ricevendo aggiornamenti progressivi sulla posizione delle navi e sulle nuove rotte assegnate”, spiega, descrivendo un senso di impotenza di fronte a eventi geopolitici di portata globale.
La realtà supera l’immaginazione: tre dei suoi container sono attualmente fermi nel porto di Mundra, in India, a migliaia di chilometri dalla loro destinazione. Da lì, il piano, ancora incerto, prevede un trasferimento a Khor Al Fakkan, negli Emirati Arabi, prima del teorico ingresso nello stretto. “Secondo l’ultimo aggiornamento, la compagnia di navigazione dichiarerà la fine del viaggio in questo porto”, aggiunge Carannante, “e stiamo cercando di capire come poter recuperare questa merce e organizzare il trasporto verso l’Oman”. Un rebus logistico ed economico che si aggiunge a un quadro già complesso.
Per un altro container, il viaggio non è nemmeno iniziato. Fermo al porto di La Spezia, vedrà la merce rispedita al mittente, con un aggravio di costi stimato per ora in circa 2000 euro. E il futuro non è più roseo: “Le prenotazioni risultano ancora bloccate da parte di tutte le principali compagnie di navigazione”, conferma l’imprenditrice, lasciando presagire un blocco prolungato delle attività.
Un’arteria globale sotto assedio: le cause della crisi
La crisi dello Stretto di Hormuz non è un fulmine a ciel sereno. L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha trasformato uno scenario di rischio in una cruda realtà. Attraverso questo braccio di mare, largo appena 54 chilometri, transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Numeri che spiegano perché la sua chiusura, annunciata dai Pasdaran iraniani, abbia immediatamente gelato i mercati globali, provocando un’impennata dei prezzi dell’energia.
Le grandi compagnie di navigazione, da Maersk a MSC, hanno reagito con la massima prudenza, sospendendo i transiti e deviando le rotte, spesso circumnavigando l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza. Una soluzione che allunga i tempi di percorrenza di 10-14 giorni, aumenta i costi del carburante e fa schizzare alle stelle i premi assicurativi per il rischio guerra, creando un “doppio shock” insieme alle già esistenti tensioni nel Mar Rosso.
L’impatto sul sistema Italia: non solo ceramica
Le conseguenze per l’economia italiana sono trasversali e profonde. Se il distretto di Sassuolo, uno dei poli più orientati all’export, soffre in modo particolare, è l’intero sistema del Made in Italy a tremare. Il settore agroalimentare, ad esempio, sta già affrontando lo stop alle consegne e la cancellazione di ordini, in particolare per prodotti freschi come mele e kiwi destinati al Medio Oriente.
La crisi di Hormuz si innesta su un tessuto economico già provato da altre sfide, come i costi energetici e le difficoltà logistiche post-pandemia. L’aumento dei costi operativi, l’interruzione delle catene di approvvigionamento e il potenziale peggioramento della qualità del credito sono i tre grandi fronti di rischio per le imprese italiane. Un rincaro nel settore energetico e logistico si trasferisce inevitabilmente sui prezzi al consumo, riaccendendo l’inflazione e comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie.
Scenari futuri: tra incertezza e necessità di resilienza
Quanto durerà questa crisi è la domanda che tutti si pongono. La situazione è fluida e legata a doppio filo alle dinamiche geopolitiche. Mentre centinaia di navi restano bloccate ai margini dello stretto, per un valore stimato di oltre 25 miliardi di dollari solo per gli scafi, le imprese sono costrette a navigare a vista. La parola d’ordine è “sopravvivenza”, come sottolineano gli esperti di logistica. La pianificazione lascia il posto alla gestione dell’emergenza, dove la flessibilità e il monitoraggio costante del rischio diventano le uniche ancore di salvezza.
Questa crisi, come quella del Mar Rosso, evidenzia la vulnerabilità di un sistema commerciale globale interconnesso e dipendente da pochi, cruciali “colli di bottiglia” (chokepoints). Per l’Italia e per l’Europa, la sfida è duplice: gestire l’emergenza immediata e, nel lungo periodo, ripensare le proprie catene di approvvigionamento per renderle più resilienti e meno esposte agli shock geopolitici. Un compito arduo, che richiede una visione strategica e una forte cooperazione a livello internazionale.
