Milano – Si chiude un’era di piombo e sangue per la storia della criminalità organizzata italiana. Benedetto ‘Nitto’ Santapaola, all’anagrafe 87 anni, storico e temuto boss di Cosa Nostra catanese, è morto nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. Da tempo malato, era detenuto in regime di 41bis, il carcere duro, presso la casa di reclusione di Opera. Le sue condizioni di salute si erano aggravate negli ultimi giorni, tanto da richiederne il trasferimento dalla struttura penitenziaria a quella ospedaliera. La Procura di Milano, come atto dovuto data la caratura del detenuto e il regime di detenzione, ha disposto l’autopsia per accertare le cause naturali del decesso.
L’ASCESA DEL “CACCIATORE” AI VERTICI DI COSA NOSTRA
Nato a Catania nel 1938, nel degradato quartiere di San Cristoforo, Santapaola iniziò la sua carriera criminale fin da giovane. Soprannominato “u licantrupu” (il licantropo) o “il cacciatore” per la sua passione per l’attività venatoria, la sua ascesa ai vertici della mafia siciliana fu rapida e spietata. Negli anni ’60 venne introdotto nella famiglia mafiosa di Catania, allora guidata da Giuseppe Calderone. La sua ambizione e la sua ferocia lo portarono a stringere un’alleanza strategica con i Corleonesi di Totò Riina, allora in piena ascesa. Questa mossa si rivelò decisiva: nel 1978, con l’appoggio di Riina, riuscì a eliminare Calderone, prendendo il controllo assoluto di Cosa Nostra nella Sicilia orientale.
Sotto la sua guida, il clan Santapaola-Ercolano divenne una delle cosche più potenti e violente, estendendo il suo controllo su un vasto territorio che andava da Catania fino a Messina e Siracusa. Le attività spaziavano dal traffico internazionale di stupefacenti alle estorsioni, dal controllo degli appalti pubblici all’infiltrazione nell’economia legale. Santapaola, infatti, non era solo un boss militare, ma anche un abile “imprenditore”, capace di muoversi negli ambienti che contano e di riciclare i proventi illeciti in attività apparentemente pulite, come una grande concessionaria d’auto inaugurata alla presenza delle massime autorità cittadine dell’epoca.
LA STAGIONE DELLE STRAGI E DEGLI OMICIDI ECCELLENTI
Il nome di Nitto Santapaola è indissolubilmente legato alla stagione più sanguinosa della lotta tra lo Stato e la mafia. La sua alleanza con i Corleonesi lo rese protagonista e mandante di alcuni dei delitti più efferati della storia repubblicana. Tra questi spicca l’omicidio del giornalista Giuseppe “Pippo” Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. Fava, con il suo giornale “I Siciliani”, aveva osato denunciare le collusioni tra mafia, politica e imprenditoria, indicando proprio in Santapaola uno dei “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”. Per quell’omicidio, Santapaola fu condannato all’ergastolo come mandante.
Ma il suo ruolo fu centrale anche nelle stragi del 1992. È stato condannato in via definitiva come uno dei mandanti della strage di Capaci, del 23 maggio 1992, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il suo coinvolgimento è stato accertato anche per la strage di Via D’Amelio, il 19 luglio dello stesso anno, dove morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Per la strage di Via D’Amelio, dopo una condanna all’ergastolo in primo grado nel processo “Borsellino-ter”, la pena fu ridotta in appello.
Tra gli altri omicidi eccellenti di cui fu ritenuto responsabile, figurano quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio.
L’ARRESTO E IL CARCERE DURO
Dopo una latitanza durata 11 anni, Nitto Santapaola fu arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, nel catanese. La sua cattura, avvenuta pochi mesi dopo quella di Totò Riina, rappresentò un colpo durissimo per Cosa Nostra. Da quel momento, per lui si sono aperte le porte del regime del 41bis, il “carcere duro”, pensato proprio per impedire ai boss mafiosi di continuare a comunicare e a comandare dall’interno delle prigioni. Nonostante la detenzione, gli inquirenti hanno sempre ritenuto che Santapaola abbia continuato per anni a essere un punto di riferimento per il suo clan, motivo per cui ogni richiesta di alleggerimento del regime detentivo è stata costantemente respinta. Non si è mai pentito né ha mai collaborato con la giustizia, portando con sé nella tomba i segreti più oscuri della stagione stragista.
La sua morte segna la fine di una figura criminale che ha incarnato la brutalità e la pervasività di Cosa Nostra, un uomo che ha sfidato lo Stato a viso aperto, lasciando dietro di sé una scia di sangue e dolore che ha segnato per sempre la storia d’Italia.
