L’Aula della Camera dei Deputati ha segnato una battuta d’arresto per la proposta di legge sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un tema al centro del dibattito politico ed economico da mesi. La Commissione Bilancio ha infatti dato parere contrario al testo unificato, presentato dalle opposizioni di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), Movimento 5 Stelle (M5s) e Partito Democratico (Pd), arrivando a proporre la soppressione di tutti gli articoli che lo componevano. La decisione, annunciata in aula dalla presidente di turno Anna Ascani, ha di fatto bloccato l’iter legislativo del provvedimento, scatenando dure reazioni da parte dei partiti proponenti.
La proposta di legge: lavorare meno, lavorare tutti
Il testo, che vedeva come primo firmatario il leader di Avs Nicola Fratoianni, mirava a introdurre una sperimentazione della durata di 36 mesi per favorire, su base volontaria e attraverso la contrattazione collettiva, la progressiva riduzione dell’orario di lavoro fino a 32 ore settimanali, senza alcuna decurtazione dello stipendio. L’obiettivo era quello di migliorare l’equilibrio tra vita privata e professionale (work-life balance), aumentare la produttività e favorire nuova occupazione, in linea con le trasformazioni tecnologiche e l’avvento dell’intelligenza artificiale. La proposta prevedeva anche degli incentivi per le imprese che avessero aderito, come esoneri contributivi variabili dal 30% al 60% per ogni contratto rimodulato. Solo in una fase successiva, un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) avrebbe potuto ridurre l’orario di lavoro legale a 36 ore settimanali, rispetto alle attuali 40.
Le ragioni dello stop: i nodi della copertura finanziaria e del pubblico impiego
Il parere contrario della Commissione Bilancio, che ha portato all’approvazione di emendamenti soppressivi dell’intero testo, si è fondato principalmente su questioni di copertura finanziaria. Secondo quanto emerso, la proposta non avrebbe rispettato l’articolo 81 della Costituzione, che impone l’equilibrio di bilancio. La Ragioneria Generale dello Stato aveva già espresso un parere negativo in precedenza, sollevando dubbi sulla quantificazione degli oneri a carico della finanza pubblica.
Un altro punto critico, sollevato dal presidente della Commissione Lavoro Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), ha riguardato l’assenza di un’esplicita esclusione del settore pubblico. L’applicazione della settimana corta anche alla Pubblica Amministrazione, secondo la maggioranza, avrebbe comportato un “fabbisogno aggiuntivo di personale” non sostenibile e costi che, superato il triennio di sperimentazione, sarebbero lievitati da 8,5 a 11 miliardi di euro non coperti.
Le reazioni politiche: un muro contro muro
La bocciatura ha innescato un’immediata e aspra polemica politica. Nicola Fratoianni ha accusato la maggioranza di prepararsi a “cassare” la proposta pochi giorni dopo lo stop a un’altra misura sociale, quella sul congedo paritario. “Tutte le volte che vi trovate davanti a una proposta che ha l’obiettivo di migliorare la condizione materiale di milioni di italiani dite no,” ha dichiarato Fratoianni, “siete contro il lavoro e contro i lavoratori, siete contro i giovani”.
Sulla stessa linea si è espressa la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha definito la bocciatura una “scelta politica” che lascia “crescere le diseguaglianze”. Per il Movimento 5 Stelle, il capogruppo in commissione Lavoro Dario Carotenuto ha parlato di “un calcio al futuro del Paese”, sottolineando come il 70% degli italiani sia favorevole alla misura. La responsabile lavoro del Pd, Maria Cecilia Guerra, ha accusato la destra di “arroganza e viltà”, sostenendo che la maggioranza usi la Commissione Bilancio per liquidare le proposte delle opposizioni senza un confronto nel merito.
La maggioranza ha difeso la propria posizione, ribadendo le criticità tecniche e finanziarie del testo. Il dibattito ha evidenziato una profonda spaccatura ideologica sulla visione del futuro del mondo del lavoro in Italia, un paese dove, secondo i dati OCSE, si lavora un numero di ore annuali superiore alla media di altri grandi paesi europei come Francia e Germania, a fronte di una produttività inferiore.
Il contesto internazionale e le prospettive future
La discussione sulla settimana corta non è un’esclusiva italiana. Diversi paesi europei e aziende a livello globale stanno già sperimentando o hanno adottato modelli di orario ridotto, spesso registrando un aumento della produttività e del benessere dei dipendenti. La bocciatura in Italia segna, secondo le opposizioni, un passo indietro rispetto a una tendenza globale che cerca di rispondere alle sfide della digitalizzazione e di una nuova concezione del lavoro. La battaglia parlamentare, assicurano i proponenti, non si fermerà qui, ma per ora, l’idea di “lavorare meno per vivere meglio” dovrà attendere.
