ROMA – Il panorama cattolico italiano si rivela un mosaico di posizioni diversificate e talvolta contrapposte di fronte all’imminente referendum costituzionale sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo. L’invito alla partecipazione al voto, lanciato con forza dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), il Cardinale Matteo Zuppi, ha aperto un dibattito intenso all’interno di associazioni, movimenti e istituzioni religiose, evidenziando una spaccatura tra chi propende per il “Sì”, chi per il “No” e chi mantiene una posizione più sfumata, pur sottolineando l’importanza dell’esercizio democratico.

Il quesito referendario e la posta in gioco

I cittadini italiani saranno chiamati a confermare o respingere una legge di revisione costituzionale già approvata dal Parlamento. Il quesito, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, recita: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?». Al centro della riforma vi sono temi cruciali come la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri), l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di un’Alta Corte disciplinare. A differenza dei referendum abrogativi, quello costituzionale non richiede il raggiungimento di un quorum di partecipazione per essere valido.

La posizione della CEI: un invito alla partecipazione consapevole

Il Cardinale Zuppi, nella sua introduzione ai lavori del Consiglio episcopale permanente, ha sottolineato come i temi della separazione delle carriere e dell’assetto del CSM “non ci devono lasciare indifferenti”. Pur senza dare un’indicazione di voto esplicita, ha ribadito l’importanza di preservare “l’equilibrio tra poteri dello Stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità”. Zuppi ha insistito sui valori di autonomia e indipendenza come “connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto”. L’appello della CEI è stato dunque un forte richiamo alla responsabilità civica, invitando tutti ad “andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco”. Una posizione che, secondo diverse interpretazioni, pur non schierandosi, tende a valorizzare lo status quo e quindi, implicitamente, il “No”.

Il fronte del “No”: Gesuiti e Azione Cattolica

Una posizione netta per il “No” è stata espressa dai Gesuiti attraverso la loro autorevole rivista “Aggiornamenti Sociali”. Il direttore, padre Giuseppe Riggio, ha messo in guardia sul rischio di mettere in pericolo un valore fondamentale come la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione. La preoccupazione principale riguarda l’incertezza sui successivi passaggi normativi di attuazione della riforma, orientando così verso un voto negativo.

Su una linea simile, sebbene più sfumata, si colloca l’Azione Cattolica. La presidenza nazionale, pur riconoscendo la pluralità di posizioni al suo interno, ha espresso in una lettera ai soci “disagio e profondo rammarico” nel vedere una materia così fondamentale diventare “occasione di divisione e di scontro piuttosto che un’occasione di dialogo”. Richiamando l’importanza dell’architettura costituzionale basata sulla separazione dei poteri, l’associazione ha preferito promuovere incontri di approfondimento, così come la FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) e il MEIC (Movimento ecclesiale di impegno culturale), per favorire una scelta consapevole.

Il fronte del “Sì”: il network “Ditelo sui tetti” e la lotta alla “giustizia creativa”

Decisamente schierato per il “Sì” è il network di oltre cento associazioni cattoliche di orientamento conservatore “Ditelo sui tetti”, di cui fanno parte sigle note come il Movimento per la Vita e il Family Day. La loro motivazione principale risiede nella necessità di ripristinare il primato del Parlamento rispetto a quella che definiscono una “intensa giurisprudenza ideologizzata”. Secondo i promotori, tra cui Maurizio Sacconi, la magistratura avrebbe in più occasioni travalicato la sua funzione, abusando di una “giustizia creativa” per legiferare di fatto su temi etici fondamentali, definiti da Benedetto XVI “principi non negoziabili”. Le questioni citate vanno dal fine vita alla fecondazione assistita, dalle unioni omosessuali al concetto di genitore. Votare “Sì”, per questo schieramento, significa porre un argine al “sovranismo giudiziario” e restituire al potere legislativo le sue prerogative su materie che toccano l’antropologia e la società.

Le posizioni personali e le polemiche

Il dibattito è stato ulteriormente animato da prese di posizione individuali che hanno suscitato discussioni. È il caso del vicepresidente della CEI, monsignor Francesco Savino, la cui partecipazione annunciata a un congresso di Magistratura Democratica, corrente notoriamente schierata per il “No”, è stata interpretata da molti come una chiara scelta di campo. Il presule ha tuttavia precisato di voler parlare della figura del padre costituente Giuseppe Dossetti e della Costituzione, senza fare propaganda per il “No”. D’altro canto, si registra anche la posizione favorevole al “Sì” dell’influente Cardinale Camillo Ruini, per anni alla guida della Chiesa italiana.

Questa divergenza di vedute all’interno del mondo cattolico riflette la complessità di una riforma che tocca i pilastri dell’ordinamento democratico e chiama in causa visioni differenti non solo della giustizia, ma anche del ruolo delle istituzioni e del rapporto tra i poteri dello Stato. Il risultato del 22 e 23 marzo non solo definirà il futuro assetto della magistratura, ma misurerà anche le diverse sensibilità che animano una delle più importanti componenti culturali e sociali del Paese.

Di veritas

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