Un nuovo terremoto scuote il mondo della gig economy in Italia. Il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, Roberto Crepaldi, ha ufficialmente convalidato il controllo giudiziario di Deliveroo Italy, la branca italiana della celebre piattaforma di food delivery. La decisione, che segue un provvedimento d’urgenza richiesto dal pm Paolo Storari, si inserisce in una complessa e articolata indagine per caporalato che vede coinvolti circa 20.000 rider in tutta la penisola, di cui almeno 3.000 operativi nella sola provincia di Milano.
L’inchiesta, condotta congiuntamente dalla Procura milanese e dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, ricalca da vicino un caso analogo che poche settimane prima aveva interessato la società Foodinho-Glovo, segnalando un’intensificazione dell’attenzione della magistratura sulle condizioni di lavoro nel settore delle consegne a domicilio.
Le accuse: paghe da fame e sfruttamento sistematico
Al centro dell’indagine vi è l’ipotesi di un sistema di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, reato previsto dall’articolo 603-bis del codice penale, comunemente noto come caporalato. Secondo l’impianto accusatorio, condiviso dal gip Crepaldi, Deliveroo avrebbe instaurato un modello di business basato su “politiche di impresa” che agevolavano un “pesante sfruttamento lavorativo”.
Le testimonianze raccolte, oltre 50, dipingono un quadro allarmante. Molti rider, sebbene formalmente titolari di partita IVA e quindi lavoratori autonomi, hanno riferito di turni massacranti, tra le 8 e le 12 ore al giorno, spesso per sette giorni su sette. Le retribuzioni, ritenute “non conformi ai parametri” contrattuali né al “salario minimo costituzionale”, sarebbero state del tutto sproporzionate: si parla di compensi tra i 3 e i 5 euro a consegna, per un guadagno mensile lordo che oscillerebbe tra i 700 e i 1.500 euro. In alcuni casi, le paghe sarebbero state inferiori fino al 90% rispetto alla soglia di povertà e ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali di riferimento.
Come si legge nel decreto del gip, “la gran parte dei rider, nonostante affermi di lavorare un numero di ore significativamente superiore rispetto al normale orario settimanale, percepisce un reddito netto annuo” inferiore a quello previsto, una condizione che non può garantire una “esistenza libera e dignitosa”.
L’algoritmo come “datore di lavoro”
Un elemento cruciale dell’inchiesta riguarda il ruolo dell’algoritmo della piattaforma. Per gli inquirenti, i rider non sarebbero affatto autonomi, ma di fatto “etero-organizzati” e gestiti come dipendenti attraverso l’applicazione. L’algoritmo, infatti, non si limiterebbe a mettere in contatto rider e clienti, ma governerebbe l’intera prestazione lavorativa:
- Assegna le consegne valutando parametri di velocità e affidabilità.
- Traccia costantemente la posizione dei lavoratori tramite GPS.
- Registra i volumi di produttività e il numero di ordini accettati o rifiutati.
- Applica penalizzazioni in caso di rifiuto degli ordini, incidendo sulle future opportunità di guadagno.
Questo sistema, secondo la Procura, crea una dipendenza totale dalla piattaforma, che diventa l’unico “dominus” del rapporto di lavoro, svuotando di significato l’autonomia contrattuale del rider.
Cosa significa “Controllo Giudiziario”
La misura del controllo giudiziario, prevista dalla legge contro il caporalato, non comporta un commissariamento totale dell’azienda, ma l’affiancamento della dirigenza da parte di un amministratore giudiziario nominato dal tribunale. In questo caso, è stato designato Massimiliano Poppi. Il suo compito sarà quello di “bonificare” l’azienda, ovvero di verificare e rimuovere le condizioni di sfruttamento, adeguando i modelli organizzativi e retributivi per “ripristinare la legalità”. L’obiettivo è dunque risanatore: consentire all’impresa di continuare a operare sul mercato, ma nel pieno rispetto delle normative sul lavoro.
Nel registro degli indagati figurano sia la società Deliveroo Italy S.r.l., per la responsabilità amministrativa degli enti, sia il suo amministratore unico, Andrea Giuseppe Zocchi.
Le reazioni e il contesto
La notizia ha suscitato forti reazioni da parte delle organizzazioni sindacali, che da anni denunciano le condizioni di precarietà e sfruttamento nel settore. Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, ha affermato che l’intervento della magistratura “conferma un sistema di caporalato” e che il lavoro su piattaforma “non può più essere una zona grigia”. Anche la UIL, per bocca del segretario Pierpaolo Bombardieri, ha parlato di “sconfitta del sistema contrattuale”, sottolineando come alcune denunce siano partite proprio dal sindacato.
Deliveroo, dal canto suo, ha dichiarato di stare esaminando la documentazione e di voler collaborare con le autorità, ribadendo la convinzione che le proprie operazioni siano conformi alla legge italiana.
Questa indagine si inserisce in un dibattito, non solo italiano ma europeo, sulla corretta qualificazione giuridica del lavoro dei rider e sulla necessità di estendere loro le tutele tipiche del lavoro subordinato, come un compenso minimo orario, indennità di malattia, ferie e diritti sindacali. Mentre la giurisprudenza nazionale ha avuto esiti altalenanti, la direzione intrapresa dalla Procura di Milano sembra tracciare una linea netta contro lo sfruttamento, aprendo la strada a possibili, e significative, trasformazioni nel futuro del food delivery.
