Padova – Nel grande e complesso puzzle dell’evoluzione del linguaggio umano, una nuova, fondamentale tessera è stata posata dai ricercatori dell’Università di Padova. Con uno studio destinato a segnare una svolta nel campo delle scienze cognitive e della linguistica, un team di scienziati ha dimostrato che anche i pulcini, a soli tre giorni dalla schiusa, sono in grado di associare suoni astratti a forme visive specifiche, un fenomeno noto come “effetto bouba-kiki”. Questa scoperta, pubblicata sull’autorevole rivista internazionale Science, suggerisce che le fondamenta del linguaggio potrebbero non essere un’esclusiva umana, ma affondare le radici in meccanismi percettivi primordiali e condivisi con altre specie animali.

La ricerca, intitolata “Matching sounds to shapes: Evidence of the Bouba-Kiki effect in naïve baby chicks”, è stata condotta dai dipartimenti di Psicologia Generale e di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’ateneo patavino. Il team, guidato dalla ricercatrice Maria Loconsole e composto anche da Silvia Benavides-Varela e Lucia Regolin, ha messo in luce una predisposizione che scardina alcune delle convinzioni più radicate sull’origine della parola.

L’enigma del “Bouba-Kiki”

L’effetto “bouba-kiki” è un affascinante fenomeno di psicologia del linguaggio osservato per la prima volta nel 1929 dallo psicologo Wolfgang Köhler. Consiste nella tendenza, riscontrata in modo trasversale tra culture e lingue diverse, ad associare parole inventate e prive di significato, come “bouba”, a forme morbide e arrotondate, e parole come “kiki” a forme spigolose e appuntite. Una possibile spiegazione risiede nella fonetica: per pronunciare “bouba”, le labbra si arrotondano, producendo un suono percepito come morbido, mentre “kiki” richiede un movimento più teso e veloce della bocca, con suoni più “secchi” e gutturali.

Sebbene studi precedenti su bambini molto piccoli avessero già suggerito una natura innata di questa associazione, rimaneva il dubbio che potesse essere un’abilità appresa molto rapidamente dopo la nascita, attraverso l’esposizione a un mondo ricco di stimoli multisensoriali. Proprio per superare questo ostacolo, il team padovano ha scelto un modello animale ideale: i pulcini di pollo, che possono essere studiati nei primissimi istanti di vita, con un’esperienza sensoriale minima e strettamente controllata.

L’esperimento: pulcini di fronte a una scelta primordiale

Il disegno sperimentale è stato tanto ingegnoso quanto rigoroso. In una prima fase, i ricercatori hanno addestrato pulcini di tre giorni a trovare del cibo aggirando un pannello con una forma ambigua, che conteneva sia elementi curvi che spigolosi. Successivamente, è iniziata la fase di test vera e propria. Ciascun pulcino è stato posto in un’arena con due pannelli: uno con una forma appuntita e uno con una forma tondeggiante.

Mentre gli animali esploravano l’ambiente, un altoparlante nascosto riproduceva in modo alternato e casuale le due parole inventate: “bouba” e “kiki”. I risultati sono stati sorprendenti e inequivocabili: quando sentivano il suono “kiki”, i pulcini mostravano una netta preferenza per il pannello con la forma spigolosa; al contrario, con il suono “bouba”, si dirigevano verso la forma arrotondata. In una serie di 24 prove per esemplare, l’associazione si è dimostrata statisticamente significativa.

Per escludere ogni possibile influenza legata a maturazione, apprendimento o esperienza sociale, i ricercatori hanno condotto un ulteriore controllo, testando un altro gruppo di pulcini entro le prime 24 ore dalla schiusa, prima di qualsiasi contatto con altri individui e senza alcun addestramento precedente. Anche in queste condizioni estreme di “ingenuità” percettiva, i pulcini trascorrevano più tempo vicino alla forma congruente con il suono udito, confermando l’esistenza di una predisposizione innata.

Le implicazioni: una nuova prospettiva sull’evoluzione del linguaggio

I risultati di questo studio hanno profonde implicazioni. “Ci hanno permesso di dimostrare che non è necessario avere un cervello predisposto al linguaggio umano perché si creino delle associazioni tra suoni e forme,” ha affermato la dottoressa Maria Loconsole. Questo suggerisce che alla base della nostra capacità di associare suoni e significati, un processo noto come fonosimbolismo, potrebbero esserci meccanismi percettivi basilari e antichi, condivisi tra diverse specie animali.

La scoperta, infatti, sposta l’attenzione da un’origine del linguaggio puramente legata alle capacità cognitive umane a un’ipotesi più ampia, che vede queste associazioni multisensoriali come un’eredità evolutiva profonda. Ci siamo separati dagli uccelli sulla linea evolutiva circa 300 milioni di anni fa, il che rende questa scoperta ancora più “strabiliante”, come commentato da altri linguisti. Questo lavoro, come sottolineato dai ricercatori, “rappresenta un’importante punto di partenza per capire come una predisposizione comune possa aver svolto un ruolo particolare nel supportare l’emergere del linguaggio nella nostra specie”.

In sostanza, la capacità di collegare in modo non arbitrario il suono di una parola alla forma di un oggetto potrebbe essere stata una sorta di “pre-adattamento” evolutivo, una base percettiva sulla quale, solo nella nostra specie, si sono poi innestate le complesse architetture della sintassi e della semantica che caratterizzano il linguaggio umano. Una scoperta che non solo ci dice qualcosa di nuovo sui pulcini, ma che ci costringe a riconsiderare ciò che credevamo di sapere sulle origini di una delle nostre abilità più distintive: la parola.

Di davinci

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