TEL AVIV – Una calma surreale regna su uno degli scali più trafficati del Medio Oriente. L’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv rimarrà chiuso almeno fino a mercoledì, come riportato dall’emittente israeliana Channel 12, gettando nel caos i piani di viaggio di centinaia di migliaia di persone. La decisione è una diretta conseguenza della drammatica escalation militare iniziata ieri, con un attacco congiunto sferrato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. La chiusura dello spazio aereo israeliano ha lasciato a terra oltre 150.000 cittadini israeliani, bloccati in varie parti del mondo e impossibilitati a rientrare in patria.
Un’escalation senza precedenti e le sue immediate conseguenze
L’operazione militare, denominata “Ruggito del Leone” da Tel Aviv e “Operation Epic Fury” da Washington, ha segnato un punto di non ritorno nel già teso confronto con Teheran. L’attacco ha preso di mira infrastrutture militari e siti nucleari iraniani, con raid aerei e marittimi che hanno colpito diverse città, inclusa la capitale. Fonti del New York Times hanno riferito di almeno trenta obiettivi colpiti. La reazione iraniana non si è fatta attendere, con il lancio di missili e droni non solo verso Israele, ma anche contro basi americane e obiettivi civili nei paesi del Golfo, come Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, allargando di fatto il conflitto su scala regionale. Questa spirale di violenza ha reso inevitabile la chiusura dello spazio aereo da parte di numerosi paesi dell’area, tra cui Iran, Iraq, Giordania e Libano, paralizzando di fatto uno dei corridoi aerei più strategici del mondo.
Il dramma dei passeggeri bloccati e le sfide logistiche
La situazione per i viaggiatori è drammatica. Il Ministero dei Trasporti israeliano ha esortato i passeggeri che dovevano partire dal Ben Gurion a rimanere a casa, in attesa di aggiornamenti che verranno comunicati con almeno sei ore di preavviso. Le compagnie aeree israeliane, come El Al, Arkia e Israir, hanno cancellato i voli e sospeso la vendita dei biglietti, cercando nel contempo soluzioni di emergenza. El Al sta valutando voli charter verso aeroporti di paesi confinanti, come Taba in Egitto e Aqaba in Giordania, per tentare di riportare a casa i cittadini bloccati. L’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione stima che quasi 300.000 israeliani si trovino attualmente all’estero.
Il caos non riguarda solo Israele. La società di analisi del settore aeronautico Cirium ha riportato che nella sola giornata del 28 febbraio oltre 100.000 persone sono rimaste bloccate negli aeroporti del Medio Oriente, con la cancellazione di quasi il 23% dei voli previsti. Le principali compagnie aeree internazionali, tra cui Turkish Airlines, Wizz Air, Air France e British Airways, hanno sospeso o cancellato numerose rotte verso la regione, costringendo a una complessa riorganizzazione globale del traffico aereo.
Impatto economico: dal petrolio al trasporto merci
Le ripercussioni economiche di questa crisi sono già tangibili e destinate a crescere. L’incertezza generata dal conflitto ha immediatamente scosso i mercati energetici. Il timore di un blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio, ha spinto il prezzo del greggio verso l’alto. Gli analisti di Capital Economics prevedono che interruzioni prolungate potrebbero far schizzare il prezzo del petrolio a 100 dollari al barile, con un conseguente aumento dell’inflazione globale. Nelle prime ore di lunedì, il Brent ha già registrato un balzo del 13%, superando gli 82 dollari al barile.
Anche il settore del trasporto aereo merci sta subendo un colpo durissimo. La chiusura degli spazi aerei costringe le compagnie a deviare le rotte, aumentando significativamente i tempi di volo e i costi operativi. Si stima un costo aggiuntivo tra i 6.000 e i 10.000 dollari per ogni ora di volo in più, una cifra che inevitabilmente si ripercuoterà sui costi finali delle merci e sulle catene di approvvigionamento globali.
Uno sguardo al futuro: incertezza e speranze di riapertura
Mentre la diplomazia internazionale è al lavoro per tentare di de-escalare la situazione, l’aeroporto Ben Gurion ha comunicato la possibilità di una riapertura parziale e molto limitata già dalla serata di lunedì, con una graduale espansione delle operazioni a seconda delle condizioni di sicurezza. Tuttavia, la situazione rimane estremamente volatile. La chiusura dello spazio aereo israeliano, come comunicato tramite NOTAM (Notice to Airmen), è in vigore fino al 3 marzo. La normalizzazione del traffico aereo dipenderà interamente dall’evoluzione del conflitto sul campo. Per le migliaia di famiglie separate e per l’economia globale, le prossime ore saranno decisive.
