TEHERAN – Un avvertimento chiaro, un messaggio che suona come un ultimatum. Mentre le università iraniane tornano a essere il cuore pulsante del dissenso, con manifestazioni che si susseguono da giorni in diverse città del Paese, il governo di Teheran interviene per tracciare un confine invalicabile. “Gli studenti hanno naturalmente il diritto di protestare”, ha dichiarato la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, durante la sua conferenza stampa settimanale. Una concessione verbale che però è stata immediatamente seguita da un severo monito: esistono “linee rosse da proteggere e da non oltrepassare, nemmeno nel vivo della rabbia”.
Le “linee rosse” a cui fa riferimento la portavoce sono i pilastri simbolici della Repubblica Islamica: “i luoghi sacri e la bandiera”. Un tentativo di distinguere tra una protesta considerata legittima e un’azione percepita come sovversiva, che mira a minare le fondamenta stesse dello Stato. Questo intervento governativo arriva come prima reazione ufficiale alla nuova ondata di mobilitazioni studentesche, riprese con vigore da sabato scorso.
Il Contesto: Università in Fermento e Repressione
Le proteste attuali si inseriscono in un contesto di profonda tensione sociale e politica. Da sabato 21 febbraio, gli atenei di città come Teheran, Mashhad, Isfahan e Yazd sono diventati epicentro di sit-in e cortei. Gli studenti, molti vestiti di nero in segno di lutto, commemorano le vittime della brutale repressione delle manifestazioni di gennaio e chiedono a gran voce riforme e libertà. Slogan come “Donna, vita, libertà”, simbolo delle proteste del 2022-2023, risuonano di nuovo nei campus, affiancati da cori più radicali come “Morte a Khamenei” e invocazioni per il ritorno della monarchia, con riferimenti a Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià.
La risposta delle autorità non si è fatta attendere e non è stata solo verbale. Fonti internazionali e video diffusi sui social media documentano una realtà ben più dura delle parole della portavoce. Si riportano scontri violenti tra studenti e membri delle forze paramilitari Basij, in particolare all’Università di Scienza e Tecnologia di Teheran. Le forze di sicurezza, anche in borghese, sono intervenute direttamente nei campus, utilizzando gas lacrimogeni e, secondo alcune testimonianze, procedendo ad arresti. Immagini di pick-up armati di mitragliatrici fuori dall’Università di Teheran testimoniano un livello di allerta e repressione molto elevato.
Le Dichiarazioni del Governo: un Equilibrio Precario
Le parole di Fatemeh Mohajerani rappresentano un tentativo di mantenere un equilibrio delicato. Da un lato, il governo cerca di non negare apertamente il diritto al dissenso, forse per non esacerbare ulteriormente gli animi. “Comprendiamo le rabbie, ma dobbiamo muoverci verso un dialogo efficace”, ha affermato la portavoce, annunciando la disponibilità del governo ad ascoltare le istanze degli studenti. Ha inoltre sottolineato l’importanza di non fermare le attività accademiche, evidenziando come la continuità delle lezioni sia una richiesta della maggior parte delle famiglie.
Dall’altro lato, l’avvertimento sulle “linee rosse” è un segnale inequivocabile della fermezza del regime nel difendere i propri simboli e la propria stabilità. Bruciare la bandiera della Repubblica Islamica o le immagini del fondatore, l’Ayatollah Khomeini, come avvenuto in alcuni episodi, sono atti che Teheran non è disposta a tollerare. Questo duplice approccio — apertura al dialogo da una parte e minaccia di repressione dall’altra — riflette la difficoltà del sistema nel gestire un dissenso giovanile sempre più ampio e radicalizzato.
Un Clima di Tensione Globale
Le proteste interne si intrecciano con un quadro internazionale complesso. Le tensioni con gli Stati Uniti e l’Unione Europea rimangono alte. Recentemente, Teheran ha designato le forze navali e aeree di alcuni stati membri dell’UE come “organizzazioni terroristiche”, in risposta a una mossa simile di Bruxelles contro le Guardie Rivoluzionarie. Questa crescente pressione esterna rende la stabilità interna una priorità ancora più cruciale per il governo iraniano.
Le università in Iran hanno storicamente rappresentato un barometro del clima politico del Paese. Dai movimenti riformisti degli anni ’90 alle recenti ondate di protesta, i campus sono sempre stati luoghi di elaborazione critica e di mobilitazione. La nuova fiammata di proteste solleva interrogativi cruciali sulla capacità del sistema di assorbire le richieste di cambiamento senza ricorrere a una nuova, sanguinosa repressione come quella che ha segnato l’inizio del 2026, quando migliaia di persone hanno perso la vita. L’appello del governo alla moderazione basterà a contenere un malessere che appare profondo e radicato?
