La Corte d’Appello di Potenza ha emesso una sentenza di assoluzione per Eni e per tutti gli altri sette imputati nel processo noto come “Petrolgate”, relativo alla gestione e allo smaltimento dei reflui prodotti dal Centro Olio di Viggiano (COVA), in Basilicata. La decisione, pronunciata con la formula “perché il fatto non costituisce reato” o “perché il fatto non sussiste”, ribalta completamente il verdetto di primo grado del marzo 2021. All’epoca, il Tribunale di Potenza aveva condannato la compagnia petrolifera al pagamento di una sanzione amministrativa di 700mila euro e alla confisca per equivalente di 44,2 milioni di euro, considerati profitto del reato.
L’inchiesta e le accuse originarie
Il procedimento giudiziario trae origine da un’inchiesta avviata nel 2016 dalla Procura di Potenza. L’indagine portò al sequestro di due vasche di stoccaggio e di un pozzo di reiniezione, il “Costa Molina 2”, situato nel comune di Montemurro. Tale provvedimento causò il fermo delle attività del Centro Oli di Viggiano per circa quattro mesi, con significative ripercussioni economiche, tra cui una drastica riduzione delle royalties per la Regione Basilicata.
L’accusa principale sosteneva un’ipotesi di traffico illecito di rifiuti. Secondo gli inquirenti, Eni avrebbe smaltito illegalmente tonnellate di reflui derivanti dalle attività estrattive. In particolare, si contestava che le acque di strato, estratte insieme al greggio, venissero mescolate con altre sostanze chimiche e poi classificate con un codice CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) errato, come “rifiuto non pericoloso”, al fine di abbattere i costi di smaltimento. Una parte di questi reflui veniva reiniettata nel sottosuolo attraverso il pozzo Costa Molina 2, mentre un’altra parte veniva trasportata con autobotti verso altri impianti di trattamento.
Gli imputati assolti
Oltre alla posizione di Eni, la Corte d’Appello ha assolto tutti gli altri imputati coinvolti, che in primo grado avevano ricevuto condanne con pena sospesa. Tra questi figurano ex manager e dipendenti del COVA di Viggiano e un ex dirigente della Regione Basilicata. Ecco l’elenco completo:
- Ruggero Gheller, Nicola Allegro e Luca Bagatti: ex manager e dipendenti del Cova, condannati in primo grado a due anni di reclusione.
- Enrico Trovato, Roberta Angelini e Vincenzo Lisandrelli: condannati in primo grado a un anno e quattro mesi.
- Salvatore Lambiase: ex dirigente dell’ufficio compatibilità ambientale della Regione Basilicata, condannato a 18 mesi per un’ipotesi di abuso d’ufficio, reato che è stato successivamente abrogato.
Le conseguenze della sentenza d’appello
La sentenza di assoluzione cancella integralmente le condanne economiche e penali del primo grado. Vengono quindi revocate sia la sanzione amministrativa da 700mila euro sia la confisca milionaria a carico di Eni. Inoltre, vengono meno i presupposti per le richieste di risarcimento avanzate, inclusa quella della Regione Basilicata per il mancato incasso delle royalties durante il periodo di fermo degli impianti nel 2016.
Questa vicenda giudiziaria, durata quasi un decennio, ha avuto un impatto notevole non solo sull’azienda e sulle persone coinvolte, ma anche sul dibattito pubblico riguardante l’equilibrio tra sviluppo industriale, tutela ambientale e ricadute economiche sul territorio. La decisione della Corte d’Appello chiude un importante capitolo giudiziario, anche se il tema del futuro delle estrazioni petrolifere in Val d’Agri rimane al centro delle discussioni politiche e sociali della regione.
