ROMA – “Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”. Con queste parole nette e decise, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è intervenuto sulla complessa e delicata vicenda di Rogoredo, che vede un poliziotto indagato per omicidio volontario. Le dichiarazioni sono state rilasciate a margine di un evento istituzionale di tutt’altro tenore: l’inaugurazione del nuovo ufficio Polmetro della Questura di Roma presso la Stazione Termini.
Il Contesto: L’inaugurazione della Polmetro a Termini
L’occasione pubblica che ha fatto da sfondo alle parole del Ministro è stata la presentazione di un importante presidio di sicurezza per la capitale. Alla presenza del Capo della Polizia, Vittorio Pisani, del prefetto Lamberto Giannini e del sindaco Roberto Gualtieri, è stata inaugurata la sede operativa della Polmetro, una sezione specializzata della Polizia dedicata alla sicurezza nelle stazioni della metropolitana. Un progetto che, dopo una fase sperimentale, vede ora un organico di oltre 50 agenti, con l’obiettivo annunciato da Piantedosi di raddoppiare le unità fino a 80. “Creiamo una specialità: la polizia metropolitana”, ha affermato il Ministro, sottolineando come l’iniziativa miri ad avvicinare le forze dell’ordine alla vita quotidiana di centinaia di migliaia di cittadini che ogni giorno transitano nella metropolitana romana.
Il Caso Rogoredo: Un’Ombra sulla Polizia
Nonostante il clima inaugurale, l’attenzione dei cronisti si è inevitabilmente concentrata sul “caso Rogoredo”, una vicenda che sta scuotendo l’opinione pubblica e la stessa Polizia di Stato. I fatti risalgono allo scorso 26 gennaio, quando nel tristemente noto “boschetto della droga” di Rogoredo, alla periferia di Milano, il 28enne di origine marocchina Abdherraim Mansouri è stato ucciso da un colpo di pistola durante un’operazione antidroga. A sparare è stato l’assistente capo Carmelo Cinturrino, ora indagato dalla Procura di Milano per omicidio volontario.
L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, si è rapidamente ampliata, coinvolgendo altri quattro agenti del commissariato Mecenate, colleghi di Cinturrino, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Secondo le accuse, i poliziotti avrebbero aiutato il collega a “eludere le investigazioni”, fornendo versioni dei fatti non veritiere e ritardando la chiamata ai soccorsi per circa 20-23 minuti, mentre Mansouri era a terra agonizzante.
I Dettagli Inquietanti dell’Indagine
Le indagini della Squadra Mobile di Milano stanno facendo emergere un quadro sempre più torbido e contraddittorio rispetto alla versione iniziale della legittima difesa. Ecco i punti chiave emersi finora:
- La pistola giocattolo: Accanto al corpo della vittima è stata trovata la replica di una pistola, che secondo la prima versione sarebbe stata puntata da Mansouri contro gli agenti. Tuttavia, gli accertamenti hanno rivelato che sull’arma, un giocattolo, non ci sono impronte digitali della vittima, alimentando il sospetto che possa essere stata collocata sulla scena del crimine solo in un secondo momento per creare un alibi.
- Il ritardo nei soccorsi: Un elemento centrale dell’accusa di omissione di soccorso è il significativo ritardo, quantificato in oltre 20 minuti, con cui sarebbero stati allertati i soccorsi sanitari. Cinturrino avrebbe mentito ai colleghi, dicendo di aver già chiamato l’ambulanza.
- Le testimonianze dei colleghi: Durante gli interrogatori, alcuni dei poliziotti indagati per favoreggiamento avrebbero ritrattato le loro dichiarazioni iniziali, fornendo nuovi elementi che rafforzerebbero l’ipotesi dell’omicidio volontario e descrivendo Cinturrino come un “fanatico dal pugno duro”.
- Precedenti sospetti: È emerso che già nel dicembre 2024, una giudice di Milano, Maria Gaetana Rispoli, aveva chiesto alla Procura di approfondire il comportamento di Cinturrino in relazione a un altro arresto per spaccio, poi risultato in un’assoluzione.
La Posizione del Ministro e le Implicazioni Politiche
Le parole di Piantedosi (“chiarezza senza sconti”) rappresentano una presa di posizione forte da parte del Viminale, che sembra voler fugare ogni dubbio sulla volontà di accertare la verità, anche se questa dovesse risultare scomoda per l’istituzione. Questa posizione segna un cambio di passo rispetto alle prime reazioni di alcuni esponenti della maggioranza di governo che, subito dopo i fatti, avevano invocato lo “scudo penale” per le forze dell’ordine, citando proprio il caso di Rogoredo come esempio della necessità di una maggiore tutela legale per gli agenti. Ora, con l’evolversi delle indagini che contraddicono la narrazione iniziale, il focus si sposta sulla necessità di trasparenza e sull’affermazione del principio che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno chi la legge è chiamato a farla rispettare.
L’inchiesta è tutt’altro che conclusa e si attendono gli esiti delle perizie balistiche e ulteriori sviluppi dagli interrogatori. La vicenda di Rogoredo, nata come un episodio di cronaca nera nella periferia milanese, si è trasformata in un caso giudiziario e politico di primaria importanza, un banco di prova per la credibilità e la capacità di autocritica di un’istituzione fondamentale dello Stato.
