Una svolta significativa nel complesso e intricato caso giudiziario noto come “Loggia Ungheria”. Il Tribunale di Milano, in composizione monocratica, ha pronunciato la sua sentenza di primo grado, scagionando l’avvocato Piero Amara dall’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio e, al contempo, infliggendo una condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione a Vincenzo Armanna, ex manager di Eni, per il reato di calunnia. La decisione del giudice, emessa venerdì 20 febbraio 2026, accoglie sostanzialmente le richieste formulate dai pubblici ministeri Roberta Amadeo e Paolo Filippini.

L’Origine della Vicenda: Verbali Segreti e Accuse Incrociate

Il cuore del processo ruotava attorno a un episodio specifico, datato 17 febbraio 2020. Durante un interrogatorio nell’ambito dell’indagine sul presunto “falso complotto” ai danni di Eni, Vincenzo Armanna mostrò ai magistrati milanesi la fotografia di una pagina tratta da uno dei verbali degli interrogatori resi nei mesi precedenti da Piero Amara. Questi verbali, che avrebbero dovuto essere coperti da segreto istruttorio, contenevano le dichiarazioni di Amara sulla presunta esistenza di una società segreta, la cosiddetta “Loggia Ungheria”, capace di influenzare nomine e decisioni ai vertici delle istituzioni e della magistratura.

Alla domanda dei pm su come fosse entrato in possesso di quel documento riservato, Armanna accusò direttamente Filippo Paradiso, un ex funzionario del Ministero dell’Interno ed ex agente dei servizi segreti. Tuttavia, le successive indagini e una perquisizione a carico di Paradiso non portarono al ritrovamento di alcun documento o prova che potesse avvalorare la tesi di Armanna, facendo crollare la sua versione dei fatti.

Le Motivazioni della Sentenza: Assoluzione per Mancanza di Prove e Condanna per Calunnia

La Procura di Milano, nella sua requisitoria, aveva chiesto l’assoluzione per Piero Amara, sostenendo che non fosse stata raggiunta la prova certa che fosse stato lui a sottrarre e consegnare i verbali segretati ad Armanna. Secondo l’accusa, quindi, mancava l’elemento probatorio decisivo per attribuirgli la responsabilità della violazione del segreto. Il Tribunale ha condiviso questa linea, assolvendo Amara “per non aver commesso il fatto”.

Di contro, la condanna per Vincenzo Armanna si fonda sull’accusa, ritenuta provata, di aver deliberatamente e falsamente incolpato Filippo Paradiso, sapendolo innocente, al fine di nascondere la reale provenienza dei documenti. Un’azione che, secondo i giudici, integra pienamente il reato di calunnia. La difesa di Armanna, rappresentata dall’avvocato Massimiliano Fioravanti, aveva sostenuto che il suo assistito avesse mostrato un atto che di fatto “era già uscito dallo stesso ufficio” del pm e che la sua intenzione fosse quella di “segnalare le falle del sistema investigativo”, ma queste argomentazioni non hanno convinto il Tribunale.

Il Contesto più Ampio: La “Loggia Ungheria” e le sue Ramificazioni

Questa sentenza si inserisce in un quadro giudiziario molto più ampio e frammentato. La vicenda della “Loggia Ungheria” ha dato origine a molteplici filoni d’inchiesta e processi. Le dichiarazioni di Amara, rese tra il 2019 e il 2020, hanno scosso il mondo della magistratura e delle istituzioni, portando all’apertura di indagini a Perugia, Brescia e Milano. È importante ricordare che, nel settembre 2023, il GIP di Perugia ha archiviato l’indagine principale sull’esistenza stessa della loggia, concludendo che non vi fossero prove sufficienti a dimostrarne l’operatività.

La fuga di notizie relativa a questi verbali ha avuto conseguenze significative, portando, tra l’altro, alla condanna in appello bis per l’ex consigliere del CSM Piercamillo Davigo per rivelazione di segreto d’ufficio, e all’assoluzione del pm Paolo Storari, che a Davigo aveva consegnato i documenti. Rimane ancora un mistero, come sottolineato da alcune fonti, chi abbia effettivamente diffuso quelle carte giudiziarie, un atto che ha innegabilmente inquinato e danneggiato il corso delle indagini.

Questo verdetto del Tribunale di Milano, pur definendo una specifica porzione della vicenda, lascia aperti numerosi interrogativi e segna un’altra tappa in una storia giudiziaria che ha messo in luce le tensioni e le complessità all’interno del sistema giudiziario italiano.

Di veritas

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