Un semplice cappellino rosso, ma dal peso politico enorme. La presenza del Ministro degli Esteri e Vicepremier, Antonio Tajani, alla riunione inaugurale del “Board of Peace” a Washington, si è trasformata in un caso politico nazionale. A scatenare la tempesta non sono state le discussioni sulla pace in Medio Oriente, obiettivo dichiarato dell’organismo voluto da Donald Trump, ma un gadget distribuito ai partecipanti: il celebre cappellino con la scritta “Make America Great Again” (MAGA), simbolo delle campagne elettorali del tycoon. Le immagini di Tajani che si aggira con il cappellino in mano hanno fatto rapidamente il giro dei social network, innescando una reazione a catena che ha infiammato il dibattito politico italiano.
Il Contesto: Il “Board of Peace” di Trump
Per comprendere appieno la portata della polemica, è essenziale contestualizzare l’evento. Il “Board of Peace” (BoP) è un’organizzazione internazionale istituita nel gennaio 2026 dal presidente americano Donald Trump, con l’obiettivo iniziale di gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza. L’organismo, presentato come una struttura con ambizioni globali e talvolta descritto come alternativo alle Nazioni Unite, ha una forte impronta presidenziale, con Trump che ne detiene la presidenza a vita e ampi poteri. L’Italia, insieme ad altri Paesi come Grecia e Romania e alla stessa Unione Europea, ha partecipato alla prima riunione del 19 febbraio in qualità di “osservatore”. Una scelta, quella del governo Meloni, motivata dalla necessità di “essere presenti nel momento in cui si parla e si prendono decisioni”, come dichiarato dallo stesso Tajani, ma che ha distinto la posizione di Roma da quella di altri partner europei come Francia e Germania, che hanno declinato l’invito. La riunione si è conclusa in un’atmosfera quasi da comizio, con la musica di “YMCA” e la distribuzione a ogni partecipante del cappellino MAGA.
La Tempesta Politica in Italia: Attacchi e Difese
La miccia della polemica si è accesa sui social per poi divampare nelle aule parlamentari e nelle dichiarazioni dei leader di partito. L’opposizione ha colto l’occasione per attaccare duramente il governo e il suo Ministro degli Esteri.
- Angelo Bonelli (Avs): Ha definito la scena “un’oscena rappresentazione teatrale”, criticando l’immagine di un rappresentante italiano associato a un simbolo così politicamente connotato.
- Enrico Borghi (Italia Viva): Ha tracciato un parallelo impietoso, affermando: “Siamo passati dal cappotto liso e la schiena dritta di De Gasperi al cappellino in mano e la schiena piegata di Tajani”.
- Matteo Renzi (Italia Viva): L’ex premier ha rincarato la dose, definendo Tajani “sempre più imbarazzante”. “Io alla Casa Bianca sono stato tante volte ma mai con il cappellino in mano”, ha affermato caustico, accusando il governo di essere “subalterno a Trump, ai Maga, a chi mette dazi illegali contro le nostre aziende”.
La replica della maggioranza non si è fatta attendere. Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia, ha difeso Tajani parlando di “educazione istituzionale” e chiedendo retoricamente se si dovesse rifiutare un dono da un capo di Stato. Nevi ha poi spostato l’attacco su Renzi, ricordando le sue frequentazioni con Tony Blair (relatore al Board) e con il principe saudita Bin Salman. A chiudere il cerchio, l’intervento di Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, che ha risposto a Renzi con una battuta velenosa: “C’è chi il cappello non se lo mette in nessuna occasione e chi, come Renzi, se lo toglie per farselo riempire di soldi altrui”.
Analisi di un Simbolo: Oltre la Cronaca
La vicenda del cappellino MAGA trascende la semplice cronaca politica per toccare nervi scoperti della diplomazia e dell’identità nazionale. Il cappellino rosso non è un semplice souvenir; è un simbolo potentissimo della polarizzazione politica americana, associato a una visione del mondo specifica, a politiche protezionistiche e a uno stile di leadership divisivo. Per un rappresentante istituzionale di un Paese alleato, maneggiarlo in un contesto ufficiale, sebbene non indossato, solleva interrogativi inevitabili sulla postura diplomatica dell’Italia.
Le critiche si sono concentrate sul concetto di subalternità: l’idea che il governo italiano, pur definendosi “patriota”, mostri un’eccessiva accondiscendenza verso l’alleato americano, in particolare verso la figura di Trump. D’altro canto, la difesa ha puntato sul realismo politico e sul dovere istituzionale: l’Italia non può permettersi di isolarsi da un’iniziativa promossa dalla principale potenza mondiale, indipendentemente dalle simpatie o antipatie per il suo leader. Tajani stesso ha rivendicato la presenza italiana come necessaria, sottolineando che quella di Washington era “l’unica reale proposta che c’è sul tavolo” per la pace in Medio Oriente.
La polemica, dunque, si muove su un crinale sottile: da un lato la necessità di mantenere saldi rapporti diplomatici, dall’altro il rischio di apparire allineati a una parte politica specifica, compromettendo la credibilità e l’autonomia della propria politica estera. Un dilemma che, nell’era della comunicazione istantanea, viene amplificato e strumentalizzato da un’immagine capace di dire più di mille dispacci diplomatici.
