Un’aula di tribunale a Los Angeles è diventata il palcoscenico di un confronto epocale tra i giganti della tecnologia e la società civile. Mark Zuckerberg, il fondatore e CEO di Meta Platforms, si è presentato per la prima volta davanti a una giuria popolare per testimoniare sotto giuramento in un processo che potrebbe riscrivere le regole della responsabilità per le piattaforme di social media. Al centro del dibattimento, un’accusa pesantissima: aver consapevolmente progettato Instagram e YouTube (di proprietà di Google) per generare dipendenza tra bambini e adolescenti, a scopo di lucro e a discapito del loro benessere psicofisico.

Il caso “pilota” di Kaley G.M.

A dare il via a questa battaglia legale è stata la denuncia di Kaley G.M., una ragazza californiana di vent’anni. La sua storia, secondo i legali, è emblematica di una generazione cresciuta a pane e social media. Kaley ha iniziato a utilizzare YouTube all’età di 6 anni, per poi approdare su Instagram a 11, seguita da TikTok e Snapchat. La sua accusa è diretta e circostanziata: l’esposizione precoce e l’uso intensivo di queste piattaforme le avrebbero causato gravi problemi di salute mentale, tra cui ansia, depressione, dismorfismo corporeo e pensieri suicidi. Inoltre, la ragazza avrebbe subito episodi di bullismo e “sextortion” proprio su Instagram. Il suo caso è stato scelto come “processo pilota” per testare le strategie legali che potrebbero essere applicate a migliaia di altre denunce simili in tutti gli Stati Uniti.

Le accuse: un “design difettoso” per creare dipendenza

Il cuore del processo non riguarda i contenuti pubblicati dagli utenti, per i quali le piattaforme godono di ampia immunità secondo la legge statunitense, ma si concentra esclusivamente sulla progettazione delle applicazioni. Gli avvocati dell’accusa sostengono che Meta e Google abbiano implementato funzionalità specifiche, come lo scorrimento infinito (endless scrolling), gli algoritmi di personalizzazione e le notifiche push, con l’obiettivo premeditato di massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, creando un “aggancio” compulsivo. L’avvocato di Kaley, Mark Lanier, ha paragonato le piattaforme a una “slot machine che ti porti in tasca”, progettata per stimolare il cervello in via di sviluppo dei più giovani e renderli incapaci di disconnettersi.

Durante il processo, sono stati presentati anche documenti interni di Meta, resi pubblici da una whistleblower nel 2021, che dimostrerebbero come l’azienda fosse a conoscenza dei potenziali effetti negativi di Instagram sugli adolescenti, in particolare sulle ragazze. In uno di questi documenti, il capo di Instagram, Adam Mosseri, parlava di come i video brevi potessero spingere il tempo medio di utilizzo a “livelli record”. Zuckerberg ha replicato sostenendo che si trattasse di previsioni e non di obiettivi aziendali.

La difesa di Zuckerberg e le ammissioni

Nel corso della sua testimonianza, Mark Zuckerberg ha respinto le accuse, difendendo gli sforzi della sua azienda per proteggere i giovani utenti. Tuttavia, ha anche fatto un’ammissione significativa: Instagram ha impiegato troppo tempo per individuare e bloccare efficacemente gli utenti con meno di 13 anni, età minima teoricamente richiesta per l’iscrizione. “Avrei voluto che ci fossimo riusciti prima”, ha dichiarato l’imprenditore, sottolineando i miglioramenti apportati successivamente. La difesa di Meta e Google si basa anche sull’argomentare che i problemi psicologici della giovane querelante derivino da altre fonti, come problemi familiari e bullismo scolastico.

Un verdetto che potrebbe cambiare tutto

I dodici giurati del tribunale civile di Los Angeles avranno tempo fino alla fine di marzo per emettere un verdetto. Una decisione a favore di Kaley G.M. potrebbe avere conseguenze di vasta portata. Se venisse stabilito che le piattaforme sono state progettate come “prodotti difettosi” per indurre dipendenza, si aprirebbe la strada a una valanga di richieste di risarcimento miliardarie da parte di migliaia di altre famiglie. Questo processo è considerato uno “spartiacque” per l’intera Silicon Valley, poiché potrebbe costringere i giganti del web a rivedere radicalmente l’architettura delle loro applicazioni e ad assumersi una responsabilità diretta per l’impatto sulla salute mentale degli utenti più giovani. Mentre TikTok e Snapchat, anch’esse citate nella denuncia iniziale, hanno preferito raggiungere un accordo extragiudiziale con la ragazza, Meta e Google hanno scelto la via del confronto in aula, in una battaglia legale che tiene il mondo con il fiato sospeso.

Di atlante

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