Milano torna al centro della cronaca con una vicenda che intreccia violenza domestica, un passato giudiziario complesso e il delicato tema della legittima difesa. Oksana Murasova, una ex ballerina di origine lituana di 39 anni, è stata denunciata in stato di libertà per lesioni aggravate dopo aver accoltellato il compagno 50enne durante una lite nel loro appartamento in via Soffredini, nella zona di Precotto. L’autorità giudiziaria, nella persona del pm di turno Pasquale Addesso, ha ravvisato i presupposti per la legittima difesa, una decisione che ha suscitato un acceso dibattito.
La dinamica dei fatti e l’ipotesi di legittima difesa
Secondo la ricostruzione fornita dalla stessa Murasova agli agenti di Polizia intervenuti sul posto, l’episodio di violenza sarebbe scaturito al termine di un’accesa discussione. La donna ha dichiarato di essere stata colpita con dei pugni dal compagno. Nel tentativo di fuggire, sarebbe stata raggiunta e bloccata dall’uomo. È in quel frangente che, sentendosi in pericolo, avrebbe afferrato un coltello da cucina, colpendo il convivente al fianco sinistro. Anche la donna presentava delle contusioni, per le quali è stata medicata in ospedale e trasferita alla clinica Mangiagalli. L’uomo, trasportato in codice giallo all’ospedale Niguarda con una prognosi di 30 giorni, ha successivamente firmato le dimissioni volontarie, lasciando il nosocomio.
Un passato che riemerge: la condanna per omicidio
La vicenda assume contorni ancora più complessi alla luce del passato di Oksana Murasova. La donna, infatti, non è nuova alle cronache giudiziarie. Undici anni fa, nel 2015, era stata arrestata e successivamente condannata per l’omicidio dell’allora convivente, Bilous Ruslan, un uomo di 31 anni. Anche in quel caso, l’omicidio avvenne a Milano, in un appartamento di via Ripamonti, al culmine di una lite domestica. La Murasova lo colpì al petto con un coltello, uccidendolo. Per quel delitto, la donna ha scontato una pena di 8 anni di detenzione, tornando in libertà nell’agosto del 2025. La sua difesa, anche in quel processo, si era basata sulla tesi della reazione a un’aggressione, sostenendo che l’uomo avesse spintonato la sua figlioletta di tre anni e mezzo. In primo grado fu condannata per omicidio colposo, ma in appello la pena fu rideterminata in otto anni e due mesi per omicidio volontario.
Il “Codice Rosso” e le mancate denunce
Un altro elemento cruciale che emerge dalle indagini è un precedente intervento delle forze dell’ordine presso l’abitazione della coppia. Il 27 novembre scorso, infatti, era stato attivato il protocollo “Codice Rosso”, la procedura d’urgenza prevista per i casi di violenza di genere e domestica. Nonostante l’intervento e la convocazione per formalizzare la denuncia, in quell’occasione Oksana Murasova aveva scelto di non sporgere querela contro il compagno. Questa circostanza solleva interrogativi sull’efficacia delle misure di protezione e sulle difficoltà che spesso le vittime incontrano nel denunciare le violenze subite.
Un compagno con un passato altrettanto oscuro
A complicare ulteriormente il quadro, emerge che anche l’attuale compagno della Murasova, un italiano di 52 anni, ha precedenti penali per omicidio. Nel 2008, a Sesto San Giovanni, investì volontariamente e più volte con la sua auto un cittadino marocchino di 37 anni al culmine di una lite fuori da un bar, uccidendolo. Ha terminato di scontare la sua pena nel 2019. Questo dettaglio getta una luce ancora più sinistra sulla relazione tra i due, caratterizzata da un passato di violenza da entrambe le parti.
Le reazioni e il dibattito
La decisione della Procura di non procedere con l’arresto e di indagare la donna a piede libero per lesioni aggravate, riconoscendo i presupposti della legittima difesa, ha innescato un ampio dibattito. Da un lato, si sottolinea l’importanza di valutare ogni caso nella sua specificità, considerando la possibilità che la reazione della donna sia stata una risposta a una violenza subita. Dall’altro, il suo pesante precedente penale per un reato analogo solleva preoccupazioni e interrogativi sulla sua pericolosità sociale e sulla gestione di soggetti con un passato di violenza. La vicenda di Oksana Murasova riapre così una ferita profonda nel tessuto sociale, quella della violenza domestica, e pone l’accento sulla necessità di un approccio sempre più attento e multidisciplinare per affrontare queste complesse dinamiche.
