Un’atmosfera cupa, quasi tangibile, dove ogni porta nasconde un monito silenzioso e ogni corridoio riecheggia di un controllo asfissiante. Siamo catapultati nell’Unione Sovietica del 1937, nel pieno delle Grandi Purghe volute da Stalin. È questo il palcoscenico desolante e kafkiano su cui si muovono i personaggi de ‘I Due Procuratori’, l’ultima, potente opera cinematografica del regista ucraino Sergei Loznitsa, nelle sale italiane dal 12 febbraio grazie a Lucky Red. Un film che, presentato in concorso al Festival di Cannes, non è solo un’immersione nella storia, ma un monito spaventosamente attuale sui meccanismi del potere e sulla fragilità della verità.
Una lettera scampata alle fiamme della censura
In un sistema totalitario che si nutre di sospetto e annienta sistematicamente ogni forma di dissenso, migliaia di lettere scritte da prigionieri, spesso vittime di accuse infondate, vengono metodicamente distrutte nelle celle della polizia segreta, l’NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni). Ma una di esse, quasi per miracolo, sfugge al fuoco. Non solo sopravvive, ma raggiunge la scrivania di Alexander Kornev (interpretato da un intenso Alexander Kuznetsov), un procuratore giovane, idealista e profondamente fedele ai principi del bolscevismo. La sua è la storia di una discesa agli inferi, un viaggio teso e implacabile nel cuore oscuro di uno Stato che divora i propri figli.
La lettera, scritta con il sangue da un suo ex professore universitario detenuto, non è una supplica, ma un disperato grido di giustizia. Kornev, spinto da un’incrollabile fiducia nella legalità e nel sistema che serve, decide di indagare. Si convince dell’innocenza dell’uomo, vittima della corruzione dilagante all’interno dell’NKVD, e intraprende una battaglia solitaria contro un apparato mostruoso. La sua ricerca di verità lo condurrà fino a Mosca, nell’anticamera del potentissimo Procuratore Generale Andrej Vyšinskij (Anatolij Belyj), figura chiave nei processi pubblici che insanguinarono quegli anni.
Il labirinto burocratico e la teatralità del potere
Loznitsa, con il suo stile rigoroso e quasi documentaristico, mette in scena la “teatralità del potere”. Le lunghe e silenziose attese, i corridoi infiniti, i funzionari impassibili: tutto contribuisce a creare un’atmosfera di straniamento e impotenza. Il regista, come ha dichiarato in un’intervista a ‘La Nuova Europa’, sottolinea come in quel periodo storico, spesso si architettassero modi elaborati e teatrali per condurre le vittime alla prigione, anche quando non avrebbero opposto alcuna resistenza. Uno spettacolo crudele, messo in scena per spezzare psicologicamente l’individuo prima ancora di annientarlo fisicamente.
Il film è tratto da un racconto di Georgi Demidov, un fisico che visse sulla propria pelle l’orrore dei gulag, dove fu detenuto per quattordici anni. I suoi scritti, testimonianze dirette e feroci della vita nei campi di lavoro forzato, furono a lungo censurati e il manoscritto de ‘I Due Procuratori’, scritto nel 1969, venne confiscato dal KGB e restituito alla famiglia solo decenni dopo, per essere pubblicato per la prima volta nel 2009. Loznitsa attinge a piene mani da questo materiale prezioso, unendo il rigore della fonte storica alla potenza della narrazione cinematografica.
Un monito per il presente
“Giustizia socialista? Non esisteva”, afferma senza mezzi termini Loznitsa. Il suo film esplora la tragedia profonda dell’essere umano che non comprende la realtà in cui è immerso. Il protagonista, Kornev, crede di capire il sistema, ma ne è in realtà una pedina inconsapevole. La sua ingenuità e il suo idealismo, anziché salvarlo, lo condannano. “Il nostro compito principale è proprio questo: capire chi siamo e cosa ci accade intorno”, continua il regista, sottolineando come la sua opera non sia uno “specchio del passato, ma uno specchio del presente”.
In un’epoca segnata da nuove tensioni e dalla fragilità delle democrazie, ‘I Due Procuratori’ risuona con una forza inquietante. Ci ricorda come i regimi totalitari, con la loro burocrazia mortifera e la loro capacità di distorcere la verità, rappresentino una minaccia sempre in agguato. Il film di Loznitsa è un’opera necessaria, un invito a non dimenticare e a rimanere vigili, perché, come la storia ci insegna, l’orrore può sempre tornare a bussare alle nostre porte.
