Un futuro previdenziale a due velocità, con una generazione, quella dei padri, che ha potuto contare su un reddito dignitoso una volta lasciato il lavoro, e un’altra, quella dei figli, destinata a ricevere un assegno pensionistico significativamente più basso. È questo il quadro allarmante che emerge dal Focus “Pensioni, ipoteca sul futuro?”, realizzato da Confcooperative in collaborazione con il Cnesis, che mette nero su bianco le cifre di un divario generazionale destinato a pesare come un macigno sulle nuove leve del mercato del lavoro italiano.

Il divario generazionale in cifre: -17% sull’assegno

I numeri presentati nello studio sono eloquenti e non lasciano spazio a interpretazioni. Viene messo a confronto un lavoratore che ha iniziato la sua carriera nel 1982 a 29 anni, per poi andare in pensione nel 2020 all’età di 67 anni con 38 anni di contributi, con un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2022, sempre a 29 anni, e che andrà in pensione nel 2060 con gli stessi requisiti (67 anni di età e 38 di contributi). Il risultato è impietoso:

  • Il pensionato del 2020 gode di un tasso di sostituzione netto dell’81,5%. Questo significa che il suo primo assegno pensionistico è pari a oltre l’80% del suo ultimo stipendio.
  • Il futuro pensionato del 2060 dovrà invece accontentarsi di un tasso di sostituzione del 64,8%.

La differenza è di 16,7 punti percentuali in meno, un “taglio” drastico che si traduce in una minore sicurezza economica per il futuro. In termini pratici, la distanza tra l’ultima busta paga e la prima pensione quasi raddoppia, passando dal 18,5% per i pensionati di oggi al 35,2% per quelli di domani.

“Un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all’ultima busta paga. È questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso”, ha affermato con preoccupazione il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, definendola “una vera ipoteca sul futuro”.

Le cause del crollo: dal retributivo al contributivo e la crisi demografica

Ma quali sono le radici di questo crollo annunciato? La causa principale risiede nella transizione, avvenuta negli ultimi decenni, dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo. Il primo, più generoso, calcolava la pensione sulla base delle ultime retribuzioni percepite, solitamente le più alte della carriera. Il secondo, invece, si basa sull’ammontare totale dei contributi effettivamente versati dal lavoratore nel corso della sua vita lavorativa. Questo sistema, se da un lato garantisce la sostenibilità dei conti pubblici, dall’altro penalizza carriere discontinue e salari bassi, condizioni sempre più frequenti per i giovani.

A questo fattore strutturale si aggiungono altre due criticità sistemiche del nostro Paese:

  1. Salari bassi: L’Italia è terzultima in Europa per valore delle retribuzioni. Con salari al palo, anche i contributi versati sono più bassi, erodendo così la base su cui verrà calcolata la pensione futura.
  2. Crisi demografica: Il nostro è un Paese che invecchia rapidamente. Quasi la metà della popolazione ha più di 50 anni e, secondo le proiezioni, tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di ben 7,7 milioni di unità. Questo significa che ci saranno sempre meno lavoratori attivi a pagare i contributi per sostenere un numero crescente di pensionati, mettendo a dura prova l’equilibrio del sistema.

Il paradosso italiano: spesa record per pensioni non sostenibili

L’analisi di Confcooperative-Censis mette in luce un paradosso tutto italiano. Il nostro Paese è al primo posto nell’Unione Europea per spesa previdenziale in rapporto al PIL, che nel 2023 ha raggiunto il 15,5% contro una media UE del 12,3%. Dopo di noi si trovano Francia (14,6%) e Austria (14,4%). Spendiamo dunque più di tutti per le pensioni, ma allo stesso tempo offriamo prospettive sempre più incerte e ridotte alle nuove generazioni. Questo squilibrio è il frutto di scelte politiche passate e di una struttura demografica ed economica che non è più sostenibile nel lungo periodo.

Quali prospettive per i giovani?

Di fronte a questo scenario, l’unica certezza per i giovani è la necessità di agire per tempo. La pensione pubblica, da sola, non sarà sufficiente a garantire lo stesso tenore di vita dei propri genitori. Diventa quindi fondamentale e non più rimandabile la costruzione di una previdenza complementare, attraverso l’adesione a fondi pensione che possano integrare l’assegno dell’INPS. Parallelamente, sono necessarie politiche strutturali che agiscano sulle cause del problema: aumento dei salari, lotta alla precarietà e sostegno alla natalità. Senza un intervento deciso su questi fronti, il rischio di avere una futura generazione di pensionati poveri è drammaticamente concreto.

Di atlante

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