La Squadra Mobile di Milano ha eseguito nella notte tra venerdì e sabato il fermo di Giuseppe Calabrò, 76 anni, noto come “‘u Dutturicchiu”, a pochi giorni dalla sua condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio aggravato di Cristina Mazzotti. L’uomo, che si trovava a piede libero in attesa dei successivi gradi di giudizio, è stato bloccato su disposizione dei pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Milano, Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola, a causa di un “concreto e attuale pericolo di fuga”.
Un biglietto aereo per la Calabria e il timore della latitanza
A rendere imminente il provvedimento è stata la scoperta che Calabrò aveva prenotato un volo aereo da Milano a Reggio Calabria per le 8:35 del mattino seguente al fermo. Questa circostanza, unita alla “fama criminale” dell’uomo e alla sua fitta rete di contatti con esponenti di primo piano della ‘ndrangheta, ha convinto i magistrati della necessità di un intervento immediato. Nel provvedimento di fermo si legge che Calabrò “può godere di una serie di appoggi di carattere logistico e patrimoniale, attivabili in qualsiasi momento e in grado di garantirgli la latitanza e l’impunità per il gravissimo reato commesso”.
Interrogato in carcere, Calabrò ha negato l’intenzione di fuggire, sostenendo di aver sempre partecipato alle udienze del processo per affermare la sua innocenza. Tuttavia, il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, Giulia Marozzi, ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistenti “eccezionali esigenze” legate sia al pericolo di fuga che alla possibile reiterazione del reato, definendo la personalità di Calabrò “altamente pericolosa”.
L’omicidio di Cristina Mazzotti: una ferita aperta da 50 anni
La condanna all’ergastolo per Giuseppe Calabrò, emessa dalla Corte d’Assise di Como il 4 febbraio scorso, riguarda uno dei casi di cronaca nera più dolorosi della storia italiana. Cristina Mazzotti, all’epoca diciottenne, fu rapita a Eupilio (Como) il primo luglio 1975. Fu segregata per quasi un mese in condizioni disumane: rinchiusa in una buca scavata in un garage a Castelletto Ticino (Novara), senza sufficiente aerazione e possibilità di movimento, e sottoposta a massicce dosi di tranquillanti. La prigionia si concluse tragicamente con la sua morte, avvenuta a Galliate (Novara). Calabrò, secondo la sentenza, fece parte del commando che materialmente eseguì il sequestro.
Il processo ha rappresentato un passo fondamentale per fare luce su una vicenda che per quasi mezzo secolo ha atteso una verità giudiziaria completa, identificando i mandanti e gli esecutori legati alla ‘ndrangheta. Insieme a Calabrò, è stato condannato all’ergastolo anche Demetrio Latella, mentre un terzo imputato, Antonio Talia, è stato assolto. Un quarto uomo, il boss Giuseppe Morabito, è deceduto prima della sentenza.
L’inchiesta “Doppia Curva”: i legami tra ‘ndrangheta e tifo organizzato
A motivare il fermo di Calabrò non è stata solo la recente condanna, ma anche il suo ruolo di spicco emerso nell’ambito dell’indagine “Doppia Curva” della DDA di Milano. Questa inchiesta ha svelato le infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese nelle curve degli ultras di Inter e Milan. Secondo gli inquirenti, Calabrò “vantava e vanta, nella sua attualità, una fama criminale che lo porta a interloquire, su un piano di sovraordinazione, con esponenti di primo piano della criminalità calabrese, al Nord come in Calabria”.
Definito un “‘invisibile’ della ‘Ndrangheta”, apparentemente tranquillo ma con un “valore criminale elevato”, Calabrò è ritenuto una figura apicale, un mediatore capace di muoversi tra diversi ambienti criminali. Le indagini lo descrivono come un punto di riferimento per attività illecite, inclusa la gestione con modalità estorsive dei parcheggi dello stadio di San Siro. La sua influenza e la sua rete di contatti rappresentano, secondo i magistrati, la garanzia di una possibile e ben protetta latitanza, rendendo il suo arresto un atto necessario per assicurarlo alla giustizia.
