In una decisione che segna una pietra miliare per il diritto di famiglia e i diritti LGBTI+ in Italia, il Tribunale di Trieste, con una sentenza emessa il 5 dicembre scorso ma resa nota solo di recente, ha riconosciuto la maternità di una donna deceduta a causa di un tumore prima di poter riconoscere legalmente le due figlie avute con la compagna. Si tratta del primo caso nel Paese in cui viene accolta un’azione di stato per l’accertamento giudiziale del rapporto di filiazione nei confronti di una persona defunta in un contesto di maternità intenzionale.
La vicenda: un progetto di genitorialità condiviso
La storia è quella di Federica Fontana, professoressa di Archeologia greca e romana presso l’Università di Trieste, e della sua compagna, Emanuela Murgia. Insieme avevano intrapreso un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA) all’estero, che ha portato alla nascita delle loro due bambine, che oggi hanno 8 e 4 anni. Purtroppo, Federica Fontana è scomparsa nel maggio del 2024 a causa di una grave malattia, senza aver potuto formalizzare il suo status di madre. A causa della normativa italiana vigente, al momento della nascita delle figlie, non le era stato permesso di riconoscerle, poiché tale dichiarazione sarebbe stata respinta dagli uffici di stato civile.
Dopo la sua scomparsa, la compagna Emanuela Murgia, spinta anche dal desiderio della figlia maggiore che aveva iniziato a firmare i suoi disegni con il doppio cognome, ha deciso di intraprendere un’azione legale. “Per me è stato un modo per portare a compimento qualcosa che avremmo voluto fare insieme: un grande motivo di vita, di fronte a una perdita così grande”, ha dichiarato Murgia al Corriere della Sera. L’obiettivo era garantire alle bambine il pieno riconoscimento del legame genitoriale con la madre che aveva condiviso e voluto il progetto di famiglia.
La sentenza e le sue implicazioni giuridiche
Il Tribunale di Trieste ha accolto integralmente la domanda, dichiarando le bambine figlie di entrambe le madri. Questa decisione storica si fonda sul principio del consenso alla procreazione medicalmente assistita come elemento fondante della genitorialità, anche in assenza di un legame biologico. La sentenza ha disposto l’attribuzione del cognome della madre intenzionale alle bambine e ha garantito loro tutte le tutele previste dall’ordinamento italiano.
Queste tutele includono:
- Diritti successori: le bambine sono state riconosciute come eredi legittime.
- Tutele previdenziali e assistenziali: avranno accesso a prestazioni come la pensione di reversibilità e le borse di studio per orfani, diritti che altrimenti sarebbero stati negati.
- Riconoscimento dell’identità: la sentenza riafferma il diritto delle minori alla continuità affettiva e identitaria, riconoscendo la realtà del loro nucleo familiare.
La vicenda è stata seguita pro bono dall’avvocata Patrizia Fiore e dalle colleghe Manuel Girola, Valentina Pontillo e Giulia Patrassi Leopardi, per conto della Rete Lenford – Avvocatura per i Diritti LGBTI+, un’associazione di promozione sociale che da anni si batte per il riconoscimento dei diritti delle famiglie omogenitoriali. Le legali hanno definito l’azione giudiziaria come strategica per la tutela dei diritti fondamentali dei minori nati in queste famiglie.
Il contesto normativo e culturale
Questa sentenza si inserisce in un contesto giuridico e sociale complesso. In Italia, la legge 40/2004 limita l’accesso alla PMA alle sole coppie di sesso diverso, costringendo le coppie dello stesso sesso a recarsi all’estero. Al loro ritorno, queste famiglie si scontrano con un vuoto normativo che spesso nega il riconoscimento del genitore non biologico, detto “intenzionale”.
Negli ultimi anni, la giurisprudenza ha compiuto passi importanti. Una sentenza della Corte Costituzionale del maggio 2025 è stata determinante in questo caso, stabilendo l’incostituzionalità del divieto di riconoscimento alla nascita per i figli di due madri nati da PMA all’estero. La decisione del Tribunale di Trieste non solo applica questo principio, ma lo estende a una situazione ancora più delicata, quella post-mortem, sottolineando il primato dell’interesse del minore.
Il caso di Trieste rappresenta quindi una vittoria significativa, non solo per la famiglia Murgia-Fontana, ma per tutte le famiglie arcobaleno in Italia. Apre la strada a futuri riconoscimenti e spinge il legislatore a intervenire per colmare un vuoto normativo che genera discriminazione e incertezza, lasciando i bambini privi di tutele fondamentali.
