ROMA – Si è conclusa nelle acque remote dell’Oceano Pacifico meridionale la discesa incontrollata del detrito spaziale ZQ-3 R/B, il secondo stadio del lanciatore cinese Zhuque-3. Un gigante da 11 tonnellate di massa e circa 12 metri di lunghezza che, dopo il suo lancio inaugurale avvenuto lo scorso 3 dicembre, ha vagato in orbita bassa terrestre fino al suo spettacolare rientro atmosferico. L’impatto, avvenuto alle 13:39 italiane, è stato localizzato dal Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America (NORAD) in una zona compresa tra la Nuova Zelanda e l’Antartide, fortunatamente lontana da aree popolate.

CRONACA DI UN RIENTRO ANNUNCIATO E TEMUTO

La notizia della caduta imminente aveva messo in allerta i sistemi di sorveglianza spaziale di tutto il mondo. L’EU Space Surveillance and Tracking (EU SST), il programma di sorveglianza e tracciamento spaziale dell’Unione Europea, ha monitorato costantemente la traiettoria del relitto, con il Centro Operativo Italiano in prima linea nell’analisi dei dati per restringere la finestra temporale e geografica del possibile impatto. Inizialmente, la vasta fascia di rientro potenziale, estesa tra i 57 gradi di latitudine nord e sud, includeva anche parti dell’Europa centro-meridionale e degli Stati Uniti, generando una comprensibile apprensione. Tuttavia, con il passare delle ore e l’affinarsi dei calcoli orbitali, il rischio per l’Italia è stato progressivamente escluso, come confermato anche dal Ministero della Difesa italiano.

La natura stessa del rientro, definito “incontrollato”, ha rappresentato la principale fonte di incertezza. A differenza delle procedure standard che prevedono manovre di de-orbiting sicure, il secondo stadio del Zhuque-3 è stato lasciato al suo destino, soggetto unicamente alle imprevedibili forze dell’attrito atmosferico. Questa condizione rende estremamente complesso prevedere con esattezza il punto di caduta fino a poche ore dall’evento.

IDENTIKIT DEL GIGANTE CINESE: LO ZHUQUE-3

Ma cos’è esattamente lo Zhuque-3? Si tratta di un lanciatore di nuova generazione sviluppato dalla compagnia privata cinese LandSpace, un attore emergente nella nuova corsa allo spazio. Progettato per essere parzialmente riutilizzabile, sulla scia del Falcon 9 di SpaceX, questo razzo a due stadi è alto circa 66 metri e utilizza propellenti a basso impatto ambientale come metano e ossigeno liquido. La sua missione inaugurale, partita dal Jiuquan Satellite Launch Center, mirava a dimostrarne le capacità orbitali.

Il volo, però, ha avuto un esito agrodolce. Se da un lato il secondo stadio ha raggiunto l’orbita come previsto, trasportando un carico fittizio per la simulazione, il tentativo di recupero del primo stadio (il booster) è fallito: il componente è andato distrutto poco prima di toccare il suolo durante la manovra di atterraggio verticale. Successivamente, il secondo stadio, identificato come ZQ-3 R/B (Rocket Body), non è riuscito a mantenere una quota stabile, iniziando il suo lento ma inesorabile decadimento orbitale.

  • Altezza: ~66 metri
  • Massa al lancio: ~550 tonnellate
  • Propellenti: Metano e Ossigeno Liquido (Methane/LOX)
  • Carico utile in LEO (Low Earth Orbit): ~10-18 tonnellate
  • Sviluppatore: LandSpace Technology Corporation (Cina)

LA QUESTIONE DEI MATERIALI E DEI RISCHI RESIDUI

Un aspetto tecnico di grande rilevanza, sollevato dagli esperti, riguarda la composizione del razzo. Luciano Anselmo, associato di ricerca presso l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione ‘A. Faedo’ del CNR (Isti-Cnr), ha sottolineato come l’eventuale utilizzo di acciaio, un materiale più resistente alle alte temperature generate dal rientro atmosferico rispetto alle leghe di alluminio, aumentasse la probabilità che alcuni frammenti potessero sopravvivere e raggiungere la superficie terrestre. Sebbene l’impatto sia avvenuto in mare, questo dettaglio evidenzia un rischio non trascurabile associato a questi eventi.

Il problema dei detriti spaziali è una sfida sempre più pressante per la comunità internazionale. L’aumento esponenziale dei lanci e delle costellazioni satellitari sta congestionando le orbite terrestri, elevando il rischio di collisioni e di rientri incontrollati. Episodi come quello del ZQ-3 R/B riaccendono il dibattito sulla necessità di normative internazionali più stringenti che impongano a tutti gli operatori, statali e privati, di adottare tecnologie e procedure per un rientro controllato e sicuro dei componenti a fine vita, o per il loro spostamento in “orbite cimitero”.

IL MONITORAGGIO GLOBALE: UNA RETE DI SICUREZZA INDISPENSABILE

L’evento ha dimostrato, ancora una volta, l’importanza cruciale delle reti di sorveglianza spaziale. Organismi come il NORAD e l’EU SST svolgono un ruolo fondamentale nel tracciare migliaia di oggetti in orbita, fornendo dati essenziali per prevedere le traiettorie e mitigare i rischi. La collaborazione internazionale in questo settore è vitale per garantire la sicurezza non solo delle infrastrutture spaziali, ma anche della popolazione e delle attività sulla Terra. La capacità di prevedere, anche con un margine di incertezza, dove e quando un oggetto di tali dimensioni rientrerà, permette di allertare le autorità competenti e di prendere le necessarie precauzioni, come avvenuto in questo caso, scongiurando il peggio.

Di davinci

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