Nelle sale della Project Room del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, un evento espositivo di rara intensità invita a un viaggio a ritroso nel tempo, un dialogo tra passato e presente che riaccende i riflettori su una delle figure più complesse e affascinanti dell’arte italiana del Novecento. Dal 30 gennaio al 31 maggio 2026, in concomitanza con il vibrante programma di Art City Bologna, va in scena “Mattia Moreni. L’antologica di Bologna, 1965“, una mostra curata con acume filologico da Claudio Spadoni e Pasquale Fameli. L’esposizione non è una semplice riproposizione, ma una rilettura critica e una riflessione approfondita sulla storica personale che Francesco Arcangeli, allora direttore della Galleria d’Arte Moderna, dedicò all’artista pavese nel 1965.

Quella del ’65 fu un’occasione epocale: la prima mostra di Moreni promossa da un’istituzione pubblica italiana, un gesto che sancì il valore di una ricerca pittorica viscerale, materica e profondamente esistenziale. Oggi, a distanza di oltre sessant’anni, il MAMbo non opera un’operazione nostalgica, bensì, come sottolineato dal direttore Lorenzo Balbi, offre una “riflessione su quel momento preciso e sui rapporti tra Moreni e Arcangeli, ma anche dell’importanza che questi lavori hanno assunto nella memoria visiva artistica successiva”.

Un Progetto Diffuso per un Genio Inquieto

La tappa bolognese si inserisce in un contesto molto più ampio, configurandosi come il quarto e penultimo capitolo del progetto “Mattia Moreni. Dalla formazione a L’ultimo sussulto prima della grande mutazione“. Si tratta del più esteso e articolato omaggio mai dedicato all’artista, scomparso a Brisighella nel 1999, un percorso espositivo diffuso che, a partire da settembre 2025, ha coinvolto cinque sedi museali tra la Romagna e Bologna (Bagnacavallo, Forlì, Santa Sofia e Ravenna), attraversando quarant’anni di inesausta ricerca. Questa coralità di sguardi testimonia la volontà di restituire al pubblico la forza e la sorprendente attualità di una voce artistica refrattaria a etichette e appartenenze.

Il Dialogo tra Moreni e Arcangeli: un Sodalizio Intellettuale

Il cuore pulsante della mostra al MAMbo è il fortissimo legame intellettuale e umano tra Mattia Moreni e Francesco Arcangeli. Un rapporto consolidato nel tempo, come testimoniano le preziose lettere e i documenti esposti in riproduzione, provenienti dal Fondo Francesco Arcangeli della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio. Arcangeli, figura poliedrica di storico dell’arte, poeta e critico, vide nella pittura di Moreni un metodo di conoscenza del reale e un potente strumento di espressione soggettiva. In un periodo storico segnato dalla scomparsa di Giorgio Morandi e dall’affermazione della Pop Art alla Biennale di Venezia del 1964, l’antologica del 1965 assunse il valore di una decisa presa di posizione critica. Arcangeli elaborò in quell’occasione la nozione di “libero realismo moderno“, riaffermando il ruolo centrale dell’esperienza esistenziale contro l’omologazione degli immaginari proposti dalla cultura di massa.

Il Percorso Espositivo: un Decennio di Materia e Visioni

L’allestimento nella Project Room presenta undici dipinti emblematici, realizzati tra il 1954 e il 1964, accuratamente selezionati tra quelli esposti nel 1965 per evidenziarne i passaggi più significativi. A impreziosire la narrazione, è esposta anche la locandina originale della mostra del ’65, un documento recentemente ritrovato che rafforza il dialogo tra passato e presente.

Il percorso si apre con un’opera folgorante, Il giardino delle mimose (1954), un dipinto che, come spiega il curatore Pasquale Fameli, rappresenta “un’opera dove la luce ci investe deflagrando quasi a percussione, quindi un’idea di natura che scoppia allucinata e violenta”. L’itinerario prosegue documentando l’evoluzione del linguaggio di Moreni, sempre più segnato da un materismo informale e da una progressiva, a tratti drammatica, ridefinizione dell’immagine. Tra le opere esposte figurano capolavori come:

  • Donna nuda gettata sulla sabbia (1957)
  • Nuvola Bianca (1958)
  • A tutti i maldestri del mondo: Amitié (1960)
  • Cielo e cartello come apparizione (1962)
  • Il vento nel campo come sempre (1964), opera che fu acquisita dalla Galleria d’Arte Moderna proprio in occasione di quella storica mostra.

La chiusura è affidata a un’opera iconica e struggente, Ah! La povera anguria dell’estate (1964), che ricongiunge idealmente gli estremi cronologici dell’esposizione, restituendone il carattere antologico e la profonda riflessione dell’artista sulla caducità e sulla violenza insita nella natura.

Questa mostra non è solo un omaggio a un grande artista, ma anche un invito a riscoprire un momento cruciale della storia dell’arte italiana, in cui il gesto pittorico si faceva veicolo di una resistenza intellettuale e di una ricerca di autenticità che risuona, potente, ancora oggi.

Di euterpe

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