Roma – L’economia italiana lancia segnali di forte vitalità, sfidando un clima internazionale denso di incertezze, tra tensioni geopolitiche e politiche commerciali restrittive. Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, il 2025 si è chiuso con una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) pari allo +0,7%, un dato che non solo supera le più caute previsioni del governo, fissate allo 0,5% nel Documento programmatico di finanza pubblica, ma che inietta una dose di fiducia nel sistema-Paese. Un risultato trainato da un’accelerazione nell’ultimo trimestre dell’anno, che ha registrato un +0,3% congiunturale, battendo le attese degli analisti.

A questo quadro positivo si aggiunge la promozione, tanto attesa quanto significativa, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s. Pur confermando il rating sul debito sovrano a ‘BBB+’, S&P ha rivisto al rialzo l’outlook, portandolo da ‘stabile’ a ‘positivo’. Una decisione che riflette la fiducia nella capacità del Paese di mantenere un percorso di risanamento dei conti pubblici e di avviare il debito su una, seppur lenta, traiettoria discendente a partire dal 2028.

La spinta della domanda interna e il ruolo del PNRR

Analizzando i dati Istat, emerge un quadro a due facce. A sostenere la crescita è stata principalmente la domanda interna, sia sul fronte dei consumi delle famiglie sia su quello degli investimenti. Un ruolo cruciale è giocato dai fondi del Next Generation EU, che attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) stanno alimentando la spesa e gli investimenti in settori chiave. I consumi, seppur con moderazione, beneficiano di un mercato del lavoro che mostra una notevole resilienza, con il tasso di disoccupazione sceso a dicembre 2025 al minimo record del 5,6%, e di un graduale recupero del potere d’acquisto dopo lo shock inflazionistico del biennio 2022-2023.

Di contro, l’Istat evidenzia l’apporto “negativo” della domanda estera netta. Le esportazioni, storico motore della nostra economia, risentono del rallentamento del commercio globale, delle tensioni geopolitiche e dell’impatto dei dazi statunitensi, che creano incertezza e frenano le filiere internazionali. Nonostante ciò, alcuni segnali, come sottolineato dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, mostrano una certa tenuta dell’export anche in contesti difficili.

S&P: fiducia nel risanamento, ma occhio ai rischi politici

La decisione di S&P di migliorare l’outlook si fonda su previsioni precise. L’agenzia stima che il risanamento dei conti pubblici italiani stia procedendo come pianificato, con un deficit previsto in calo al 2,9% del PIL nel 2026 e ulteriormente al 2,7% entro il 2029. Il debito pubblico, pur rimanendo elevato al 136% del PIL nel 2025, dovrebbe iniziare una graduale discesa dal 2028. “La traiettoria di maggiore credibilità verso l’Italia non conosce soste. Il lavoro paga”, ha commentato a caldo il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Tuttavia, l’agenzia di rating non nasconde le potenziali criticità. Con l’avvicinarsi delle elezioni generali del 2027, S&P prevede un’intensificazione della competizione politica che potrebbe “limitare le ambizioni politiche e ridurre il margine di manovra per importanti riforme strutturali”. Un monito a non abbassare la guardia sul fronte della stabilità e delle riforme necessarie a sostenere la crescita nel lungo periodo.

Il confronto con l’Europa: luci e ombre

Se l’Italia sorprende in positivo, il quadro europeo appare disomogeneo. L’Eurozona nel suo complesso ha messo a segno una crescita dell’1,5% nel 2025, il doppio dell’Italia. La locomotiva del continente è senza dubbio la Spagna, che con un balzo del 2,8% annuo e un +0,8% nell’ultimo trimestre si candida a “motore dell’Europa”. Bene anche il Portogallo (+0,8% nel trimestre).

Arranca invece la Germania: la sua crescita nel quarto trimestre (+0,3%) eguaglia quella italiana, ma il dato annuale si ferma a un modesto +0,2%, segno di una difficoltà a uscire dalla fase di stagnazione post-crisi energetica. La Francia, dal canto suo, frena a +0,2% nel trimestre e chiude l’anno con un +0,9%.

Questi dati evidenziano una dinamica a più velocità all’interno dell’Unione, dove la resilienza di alcuni paesi del sud Europa contrasta con le difficoltà della tradizionale potenza industriale tedesca. Per l’Italia, la sfida sarà ora trasformare questo slancio positivo in una crescita strutturale e duratura, capace di ridurre il divario con i partner più performanti e di affrontare le debolezze storiche del sistema economico nazionale.

Di atlante

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