Milano – Una memoria che non si spegne, un dovere che si rinnova nel tempo per dare voce a chi non può più parlare. Con queste premesse, la senatrice a vita Liliana Segre ha partecipato, all’età di 95 anni, alla cerimonia di posa delle nuove pietre d’inciampo a Milano. Un evento carico di commozione, in particolare durante l’installazione dei piccoli sampietrini d’ottone in viale Abruzzi 48, davanti a quella che fu l’ultima casa della famiglia Morais-Tedeschi. Una famiglia che la senatrice conobbe personalmente nel buio del carcere di San Vittore, prima della deportazione verso l’orrore di Auschwitz.

“Io sono ancora qui, a 95 anni a ricordarli uno per uno”, ha affermato con voce ferma Liliana Segre. “Dopo così tanti anni di distanza il mio ricordo è chiarissimo, io ero una ragazzina e avevo 13 anni, e per la colpa di essere nata ero stata arrestata insieme a mio papà, ed eravamo a San Vittore”. È in quel luogo di detenzione che i destini si incrociarono: quello della giovane Liliana e di suo padre Alberto con la famiglia Morais: il padre Carlo, la madre Ida Mafalda Tedeschi e i loro due figli, Graziella e Alberto.

L’ultimo gesto di un padre e una promessa spezzata ad Auschwitz

Il racconto della senatrice riporta alla luce uno spaccato di umanità straziante. Nel caos e nell’incertezza che precedevano la partenza verso una meta sconosciuta, il padre di Liliana, Alberto Segre, intuendo che uomini e donne sarebbero stati divisi, si rivolse a Ida Morais. “Mio papà guardava questa signora, la mamma, e notava che era molto affettuosa”, ha spiegato Segre. Con la speranza di proteggere la sua bambina, rimasta orfana di madre anni prima, le chiese: “Mi promette che guarderà anche alla mia bambina?”. La signora Morais rispose di sì.

Una promessa che l’inferno di Auschwitz avrebbe infranto brutalmente. “Arrivammo ad Auschwitz, eravamo prigionieri che dovevamo morire, e lì avvenne quella divisione tra uomini e donne”, ha continuato la senatrice. Nel momento della selezione, contravvenendo all’indicazione del padre di restare accanto alla signora Morais, alla domanda se fosse sola, la giovane Liliana rispose affermativamente. Una parola che segnò la sua salvezza e, al contempo, la separazione definitiva. “La famiglia Morais venne mandata dall’altra parte, feci di tutto per tornare con lei ma non ci fu nulla da fare”, ha concluso con dolore. Ida Mafalda e i figli Graziella e Alberto furono assassinati il giorno stesso del loro arrivo, il 6 febbraio 1944. Il padre, Carlo, fu trasferito a Mauthausen dove morì nel gennaio del 1945.

Milano non dimentica: 245 pietre per la Memoria

La posa delle pietre per la famiglia Morais-Tedeschi fa parte di un’iniziativa più ampia promossa dal Comune di Milano in collaborazione con il Comitato per le Pietre d’Inciampo. Con le 21 nuove installazioni previste per il 2026, il totale delle “Stolpersteine” in città salirà a 245. Le prime 12 sono state posate il 22 gennaio, in vista del Giorno della Memoria, mentre le restanti 9 saranno collocate il 12 marzo, in ricordo degli scioperi del 1944 che portarono a numerose deportazioni.

“Abbiamo visto storie diverse e riportato a casa persone che non vogliamo dimenticare”, ha sottolineato la presidente del Consiglio comunale di Milano, Elena Buscemi. “E così le riportiamo alla collettività, con queste pietre. Mettendo le pietre di inciampo sui marciapiedi presso le abitazioni dove vivevano, così che ognuno passando di qui potrà ricordarsi di loro”. Le pietre, piccoli cubi d’ottone creati dall’artista tedesco Gunter Demnig, sono un monumento diffuso in tutta Europa che mira a restituire un’identità e un luogo a coloro che furono perseguitati e uccisi dal regime nazifascista, non solo ebrei ma anche oppositori politici e altre vittime.

La storia della famiglia Morais è emblematica della tragedia della Shoah in Italia. Carlo, ingegnere alla Pirelli, e la sua famiglia tentarono la fuga in Svizzera dopo l’emanazione delle leggi razziali, ma furono arrestati l’11 dicembre 1943 in provincia di Sondrio e deportati con lo stesso convoglio di Liliana Segre e suo padre. Le pietre posate oggi in viale Abruzzi non sono solo un omaggio, ma un monito perpetuo, un inciampo nella fretta quotidiana che costringe a fermarsi, a leggere e a ricordare.

Di veritas

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