ROMA – Un cambio di paradigma che infiamma il dibattito politico e riapre una ferita nel percorso legislativo contro la violenza di genere. La senatrice della Lega e presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, Giulia Bongiorno, ha presentato una proposta di riformulazione del disegno di legge sulla violenza sessuale che modifica sostanzialmente l’impianto approvato all’unanimità dalla Camera dei Deputati. Il cuore della novità risiede nell’abbandono del principio del “consenso libero e attuale” per introdurre quello del “dissenso”. Una mossa che, di fatto, sconfessa l’accordo bipartisan raggiunto in prima lettura tra la premier Giorgia Meloni e la leader del Partito Democratico, Elly Schlein, e che sarà al vaglio della commissione per il voto la prossima settimana.
Dal “Consenso” al “Dissenso”: Cosa Cambia nel Testo
La proposta Bongiorno interviene direttamente sull’articolo 609-bis del codice penale. Se il testo approvato a Montecitorio stabiliva che il reato si configurasse in assenza di un “consenso libero e attuale” a un atto sessuale, la nuova versione sposta l’accento sulla “volontà contraria” della persona offesa. In particolare, il testo riformulato chiarisce che “La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso“.
Fondamentale è l’aggiunta che specifica come l’atto sessuale sia da considerarsi contrario alla volontà della persona anche quando “è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso“. Questa precisazione, secondo la relatrice, mira a tutelare le vittime anche in situazioni di cosiddetto “freezing”, ovvero la paralisi provocata dalla paura che impedisce una reazione fisica.
Tuttavia, la sparizione della parola “consenso”, richiesta esplicitamente dalla Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia, ha sollevato un polverone. Le opposizioni sostengono che questo cambiamento sposti l’onere della prova sulla vittima, che dovrebbe dimostrare di aver dissentito, anziché richiedere all’accusato di essersi assicurato il consenso.
La Modulazione delle Pene: Una Nuova Graduazione
Un altro punto cruciale della riformulazione riguarda le sanzioni. La proposta Bongiorno introduce una distinzione nelle pene. Per la violenza sessuale “semplice”, ovvero quella commessa “contro la volontà” ma senza aggravanti specifiche, la pena prevista si riduce, passando dall’attuale range di 6-12 anni a 4-10 anni di reclusione.
Resta invece invariata la pena da 6 a 12 anni qualora il reato sia commesso con l’uso di “violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa“. Viene inoltre confermata la possibilità di una diminuzione della pena fino a due terzi per i casi di minore gravità, valutati in base alle “modalità della condotta”, alle “circostanze del caso concreto” e al “danno fisico o psichico arrecato”.
La Rottura del Patto Bipartisan e le Reazioni Politiche
La presentazione del nuovo testo ha immediatamente provocato la dura reazione delle forze di opposizione, che parlano di “passo indietro” e “tradimento” di un accordo politico. Il testo approvato alla Camera a novembre 2025 era stato il frutto di un’intesa diretta tra Meloni e Schlein, un segnale di unità su un tema delicato come la violenza contro le donne. Già a novembre, però, il ddl si era arenato in Senato per le perplessità sollevate da alcuni esponenti della maggioranza, in particolare della Lega.
Esponenti del Partito Democratico e dell’Alleanza Verdi e Sinistra hanno definito la proposta “retrograda e pericolosa”, sostenendo che allontani l’Italia dagli standard europei. Ilaria Cucchi (AVS) ha dichiarato inaccettabile una proposta che “scarica sulle vittime di violenza il peso di giustificare perché non abbiano opposto resistenza“. Dalla maggioranza, invece, si difende la scelta come un modo per garantire maggiore certezza giuridica e tutelare il diritto di difesa, evitando formulazioni ritenute da alcuni giuristi troppo vaghe e potenzialmente problematiche in fase processuale.
La discussione e il voto in Commissione Giustizia la prossima settimana si preannunciano carichi di tensione. L’esito determinerà non solo il futuro di una legge fondamentale per la tutela della libertà sessuale, ma anche gli equilibri politici su un tema che tocca le coscienze dell’intero Paese.
