Una frenata netta, meditata e condivisa. Il governo italiano ha deciso di congelare, almeno per il momento, la propria adesione al Board of Peace per Gaza, l’organismo internazionale fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La decisione, maturata al termine di una giornata di fitti confronti e contatti diplomatici ad alto livello, poggia su due pilastri tanto solidi quanto insidiosi: un problema di natura giuridica, legato a una potenziale “incompatibilità” con la Costituzione italiana, e un nodo squisitamente politico, relativo alla controversa composizione del board stesso.
La premier Giorgia Meloni, pur mantenendo una posizione di “apertura” per non autoescludere l’Italia da un’iniziativa definita “interessante”, ha espresso con chiarezza le perplessità che hanno portato a questa fase di stallo. Ospite di una puntata speciale di Porta a Porta per i 30 anni della trasmissione, al fianco di Bruno Vespa ed Enrico Mentana, la Presidente del Consiglio ha delineato i contorni di una scelta complessa, che intreccia diritto interno, equilibri internazionali e la coerenza della postura geopolitica del Paese.
Il nodo giuridico: l’articolo 11 della Costituzione
Il primo, e forse più invalicabile, ostacolo è di natura costituzionale. “C’è un problema di compatibilità tra lo statuto del Board e l’articolo 11 della Costituzione”, ha spiegato Meloni. L’articolo in questione, uno dei principi fondamentali della Repubblica, recita che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Il punto cruciale risiede proprio nell’inciso “in condizioni di parità”. Secondo le analisi del governo, la struttura del Board of Peace, così come concepita dall’amministrazione Trump, non garantirebbe questa parità, configurandosi più come un direttorio a guida statunitense che come un consesso di nazioni eguali.
La preoccupazione, sollevata da Enrico Mentana durante la trasmissione, è che l’organismo possa trasformarsi in una sorta di “Onu privata”, un’entità capace di scavalcare le istituzioni multilaterali tradizionali. Sebbene Meloni abbia precisato che “nessun organismo può sostituirsi alle Nazioni Unite” e che il Board nasce nell’ambito di una risoluzione ONU, ha ammesso che “sono altri i profili che sono per noi problematici”, alludendo proprio alla mancanza di garanzie sulla cessione di sovranità in un quadro paritetico.
La questione politica: sedersi al tavolo con Putin
Se il fronte giuridico è complesso, quello politico è un vero e proprio campo minato. La “questione politica” principale, come ammesso da diverse fonti dell’esecutivo, è la coesistenza all’interno del Board di figure come il presidente russo Vladimir Putin e il suo alleato bielorusso Alexander Lukashenko. Per un governo che ha mantenuto per quattro anni una postura di fermo e costante sostegno all’Ucraina, sedersi allo stesso tavolo di chi ha scatenato l’invasione rappresenta una contraddizione difficilmente sanabile.
“Dopo aver tenuto per quattro anni una postura costante sull’Ucraina, è difficile sedersi a parlare di pace con Putin”, è il ragionamento che trapela da vari livelli della maggioranza. Sebbene la premier abbia tentato di smorzare i toni in tv, ricordando che “in qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone distanti da noi”, come già accade all’ONU o al G20, il peso di questa presenza è innegabile. All’interno della stessa maggioranza, non mancano i distinguo, come quello del vicesegretario leghista Roberto Vannacci, che ha ammonito con la sua consueta schiettezza: “Se non sei al tavolo sei nel menù!”. Tuttavia, la linea della prudenza, condivisa dalle varie anime della coalizione, ha prevalso. Nette, invece, le opposizioni, che hanno esortato compattamente la premier a rifiutare l’invito.
Sul tema si è registrata anche una “massima consonanza” di vedute tra la premier Meloni e il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a conferma della delicatezza e della rilevanza istituzionale della questione.
Il contesto internazionale: tra Groenlandia e dazi
La decisione italiana si inserisce in un quadro internazionale di forte tensione. Le recenti frizioni tra Stati Uniti ed Europa sulla vicenda della Groenlandia e la minaccia di nuovi dazi hanno complicato ulteriormente il dialogo. Meloni ha imputato “una parte dei problemi” a “un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare”, sottolineando l’importanza di un dialogo costante tra alleati. La premier ha accolto “con favore” la sospensione dei dazi ad alcuni Paesi europei e ha seguito con attenzione l’intervento di Trump a Davos, dove il presidente americano dovrebbe tenere a battesimo il Board.
L’approccio italiano si distingue da quello di altre cancellerie europee come Parigi, Berlino, Stoccolma e Oslo, che si sono già smarcate in modo più deciso. Roma, invece, valuta ogni scenario possibile, inclusa l’ipotesi di una partecipazione “con un profilo più basso”. La premier non esclude di poter fare tappa a Davos prima di volare a Bruxelles per il Consiglio Ue, nel tentativo di chiarire direttamente con Trump i punti critici. “Non conviene a nessuno una divaricazione tra Europa e Stati Uniti, certamente non conviene all’Italia”, ha ribadito, mostrando la consapevolezza di doversi muovere in un contesto in cui, come ha ammesso con una battuta, “le certezze svaniscono” e “sapersi districare non è cosa facile per una ragazza della Garbatella”.
